Pulp fiction

Il nostro parere

Pulp Fiction (1994) USA di Quentin Tarantino


In una Los Angeles labirintica e violenta, le vite di vari personaggi si intrecciano in una struttura narrativa non lineare: due sicari filosofi, Jules e Vincent, recuperano una misteriosa valigetta per il boss Marsellus Wallace; Vincent deve poi scortare Mia, la moglie del boss, in una serata che sfiora la tragedia; Butch, un pugile che rifiuta di truccare un incontro, tenta la fuga con la sua fidanzata; infine, una coppia di rapinatori dilettanti tenta il colpo della vita in una tavola calda. Tra overdose, pulitori di scene del crimine e feticismi inaspettati, il destino chiude il cerchio dove tutto era iniziato.


Se Le Iene era un esercizio di stile claustrofobico, Pulp Fiction è l’esplosione centrifuga del talento di Tarantino. Il film non si limita a raccontare una storia; esso interroga la natura stessa del racconto. La struttura non lineare non è un mero vezzo estetico, ma una necessità filosofica: alterando la cronologia, Tarantino nega la morte (Vincent Vega muore a metà film ma “risorge” nel finale) e trasforma il destino in un loop eterno di scelte morali e casualità grottesche.

Tecnicamente, Tarantino e il direttore della fotografia Andrzej Sekula operano una sintesi perfetta tra il rigore della Nouvelle Vague e l’iperrealismo pop.

  • L’uso del Grandangolo e della Bassa Sensibilità: Girare con pellicola 50 ASA ha richiesto set inondati di luce artificiale. Questo conferisce al film quella nitidezza quasi “chirurgica”, dove ogni dettaglio — dalla consistenza di un Big Kahuna Burger alla texture della valigetta — appare più reale del reale.
  • La Geometria delle Inquadrature: Si osservi la scena del “triello” finale nella caffetteria. La macchina da presa si sposta con una precisione geometrica che trasforma un confronto a quattro in una danza di sguardi. L’uso della Steadicam nel Jack Rabbit Slim’s, invece, non serve solo a mostrare la scenografia, ma a simulare l’ebbrezza drogata e sognante di Vincent e Mia.

In Tarantino, il dialogo è un elemento strutturale. Quando Jules e Vincent discutono del “massaggio ai piedi” per venti minuti, non stanno perdendo tempo: stanno costruendo la tensione. Il contrasto tra la banalità degli argomenti e la gravità della situazione imminente crea un effetto di alienazione che è tipico del teatro dell’assurdo. La parola è l’arma vera; è il mezzo attraverso cui i personaggi definiscono la propria identità prima di essere travolti dagli eventi.

Il contenuto della valigetta di Marsellus Wallace rimane il segreto più celebre del cinema anni ’90. Citando esplicitamente Un bacio e una pistola (Kiss Me Deadly, 1955) di Robert Aldrich, Tarantino inserisce un elemento soprannaturale in un contesto iper-prosaico. Quella luce ambrata che illumina il volto di chi guarda non è oro, ma è il cinema stesso: l’idea che l’oggetto del desiderio sia puramente astratto, un motore immobile che serve solo a giustificare il movimento della macchina da presa.

Non si può ignorare il peso delle performance: John Travolta recupera una fisicità sorniona e pesante, lontana dai fasti della disco music, diventando l’icona del junkie malinconico. Samuel L. Jackson trasforma il suo monologo di Ezechiele 25:17 in una salmodia laica che segna il passaggio dal cinema d’azione al cinema di riflessione morale.

Pulp Fiction è, in definitiva, un’opera sincretica. È un film che si può guardare come un thriller, ascoltare come un audiolibro o studiare come un trattato di semiotica. Ha normalizzato la complessità, rendendo “popolare” una struttura narrativa che prima apparteneva solo alle avanguardie europee.

 

 


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