Play dirty – Triplo gioco

Il nostro parere

Play dirty – Triplo gioco (2025) USA di Shane Black


Parker, il presunto ladro professionista interpretato da Mark Wahlberg, vede il suo ultimo colpo andare a monte a causa del tradimento della partner Zen (Rosa Salazar). Dato per morto, ma ovviamente sopravvissuto, decide di ignorare il suo tanto sbandierato professionismo per lanciarsi in una banale vendetta. Per recuperare il bottino, dovrà navigare le acque torbide di un sindacato criminale, alleandosi forzatamente con l’unico personaggio vagamente interessante, Grofield (Lakeith Stanfield).



C’è un motivo se Shane Black è rimasto “in frigorifero” dopo il disastroso Predator. La sua ultima, pigra fatica, approdata con la discrezione che merita direttamente su Prime Video, non è un ritorno, ma una capitolazione. Quella che un tempo era una penna caustica degli anni ’90 (Arma Letale, L’ultimo boy scout) appare qui stanca, un’eco sbiadita di sé stessa, quasi un’autoparodia. I dialoghi, un tempo scoppiettanti, sono ora solo rumore di fondo; le battute non atterrano, e la trama neo-noir è un labirinto costruito da qualcuno che ha palesemente smarrito l’uscita.

Ma il vero crimine, quello che farà indignare qualunque cinefilo con un minimo di memoria storica, è il trattamento riservato alla fonte. Portare sullo schermo il Parker di Donald E. Westlake è un’impresa che ha visto cimentarsi nomi come John Boorman (Senza un attimo di tregua) e Brian Helgeland (Payback), i quali, nel bene o nel male, hanno tentato di catturare l’essenza glaciale e sociopatica del personaggio. Questa versione è, senza alcun dubbio, la meno riuscita in assoluto.

Il Parker di Mark Wahlberg non ha “un punto in meno di sociopatia”, come qualche critico benevolo potrebbe suggerire. Non ne ha affatto. È il solito Wahlberg, con la sua perenne aria stizzita e confusa, che cerca di recitare il “duro” ma finisce per sembrare un protagonista generico di un heist movie di serie B. Hanno preso una forza della natura, un antieroe nichilista, e lo hanno trasformato in un guscio vuoto. Tecnicamente, il film è un naufragio: non bastano i nomi altisonanti di Philippe Rousselot alla fotografia (sprecato) o di Alan Silvestri alla musica (meccanica) a salvare un’impalcatura visiva dominata da una CGI posticcia e invadente, specialmente nelle scene d’azione. Persino il cast di supporto, pur provandoci (Lakeith Stanfield sembra l’unico a divertirsi), annega nella mediocrità. Non è nostalgia pulp; è solo un film stanco.

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