Nosferatu
Nosferatu (2024) USA di Robert Eggers
Thomas Hutter, viene spedito in Transilvania per combinare un affare con il misterioso Conte Orlok. L’incontro si rivela un incubo quando Orlok, un vampiro con un debole per l’immobiliare e le donne altrui, si invaghisce perdutamente di Ellen, la moglie di Thomas. Il conte decide così di traslocare in Germania, portando con sé non solo i suoi mobili, ma anche una scia di incubi, pestilenze e un’ossessione che fa tremare le pareti della realtà. La povera Ellen si ritrova così in un vortice di possessione, tra sogni oscuri e una connessione psichica sempre più inquietante con il pallido succhiasangue.
“Nosferatu” di Robert Eggers non è esattamente la solita brodaglia annacquata di lustrini e canini scintillanti. Questo film si propone come un’esperienza che tenta di insinuarsi sotto la pelle, criptica e, per certi versi, accattivante, trasportandoti in un modo che ambisce alla purezza di un viaggio nel tempo senza bisogno di macchinari futuristici. Eggers, un regista che dimostra di saper maneggiare l’orrore senza cadere nelle trappole metaforiche più ovvie, ci sbatte in faccia situazioni inquietanti che si presentano come fatti concreti, quasi che streghe, maledizioni e vampiri fossero parte integrante della quotidianità.
La pellicola si getta a capofitto in un’ambientazione gotica da brividi, dove l’illuminazione e la fotografia non sono un semplice contorno, ma diventano personaggi a sé stanti. Un’oscurità potente avvolge ogni scena, con ombre che danzano sui muri come fantasmi e una palette cromatica che predilige i toni scuri e i grigi, facendoti sentire costantemente sul filo del rasoio. La direzione della fotografia, curata nei minimi dettagli, riesce a evocare le atmosfere cupe e disturbanti dell’espressionismo tedesco, rendendo omaggio al capolavoro silenzioso di Murnau. La telecamera, poi, non si limita a inquadrare: fluttua, scivola, si libra sopra castelli tetri e corridoi labirintici, facendoti sentire la costante, inquietante presenza di qualcosa di non detto, di un ronzio basso e costante che ti si pianta nel cervello e non ti molla più. Le scenografie e i costumi sono un trionfo di estetica gotica, un vero e proprio tuffo nel diciannovesimo secolo che ti fa sentire addosso l’umidità delle mura e il profumo di polvere antica.
Questa versione di “Nosferatu” non è solo un remake, è una fusione di idee, un frullato cinematografico che prende spunto dal classico silenzioso di Murnau e dal “Dracula” di Bram Stoker, con un pizzico dell’ossessivo amore “attraverso gli oceani del tempo” visto nel film di Coppola del ’92. Eggers modernizza il mito, rendendolo accessibile, ma senza strizzate d’occhio ai social o a chissà quali mode passeggere. Il suo Nosferatu, interpretato da un Bill Skarsgård che ti fa venire i brividi anche solo a guardarlo (e a sentirlo, con quella voce cavernosa che sembra uscire dal profondo degli inferi), è qualcosa di nuovo, di diverso, un mostro che non ha solo zanne affilate, ma anche un’aura di male puro che distorce la realtà stessa. La sua fisicità, quasi da schiaccianoci malefico e perennemente depresso, è un trionfo di make-up e recitazione, un’opera d’arte disgustosa e allo stesso tempo stranamente ipnotizzante.
Certo, si potrebbe dire che la forma, in questo caso, ha un po’ prevalso sulla sostanza. Il film è una dimostrazione impeccabile di come si possa rifare un classico, con una cura tecnica maniacale che rasenta la perfezione. Ma, inevitabilmente, rispetto all’originale che ha piantato semi d’inquietudine nel profondo dell’inconscio collettivo, questa rilettura non ha quella forza innovativa che ti scuote fin dentro le ossa. Non propone nuove paure recondite, non esplora angoli bui dell’animo umano che non siano già stati battuti e ribattuti. Il film resta un ottimo esempio di rifacimento di un’opera che, purtroppo, non riesce a eguagliare la potenza innovativa dell’originale. Sembra quasi che Eggers si sia immerso talmente a fondo nella storia e nel folklore, cercando di tirare fuori elementi della mitologia vampirica mai visti prima, che si sia perso qualcosa per strada. Il risultato è una pellicola che, pur essendo tecnicamente ineccepibile e visivamente sbalorditiva, non riesce a proporre quelle inquietudini nascoste che facevano la grandezza del suo predecessore.
Il sonoro, poi, è un’altra chicca: la musica di Robin Carolan avvolge il tutto, a tratti sussurrando, a tratti esplodendo in un’orchestra di suoni che ti tengono incollato alla poltrona. La rielaborazione di Murnau, del mito di Nosferatu, è un successo: il film è moderno, ma non si snatura, mantenendo intatto lo spirito gotico e inquietante del vampiro.
