My mom Jayne
My mom Jayne (2025) USA DI Mariska Hargitay
“My Mom Jayne” è il debutto alla regia di Mariska Hargitay, un’intima esplorazione della madre che non ha mai conosciuto: l’icona e sex symbol Jayne Mansfield. Sopravvissuta a tre anni all’incidente stradale che uccise la madre, Mariska è cresciuta senza ricordi personali, solo con un’ingombrante eredità pubblica. Il documentario segue il suo tentativo di decostruire la “facciata” della “bomba sexy”, intervistando i fratelli per ricomporre il puzzle della loro memoria collettiva. Il viaggio la porta ad affrontare l’imbarazzo per quell’immagine e a scoprire una sconvolgente verità sulla propria identità e paternità biologica.
C’è una dicotomia che definisce l’età d’oro di Hollywood: quella tra la persona pubblica e l’essere umano privato. Poche figure incarnano questa frattura come Jayne Mansfield. Come disse Groucho Marx, che la conosceva bene, l’intera costruzione della “bomba sexy” era una “facciata”, un “atto”. È su questa crepa identitaria che Mariska Hargitay costruisce il suo esordio alla regia, un’opera che non è né agiografia né un’indagine scandalistica, ma qualcosa di molto più raro: un atto di process filmmaking terapeutico.
Per i cinefili abituati ad analizzare la finzione, “My Mom Jayne” offre uno sguardo quasi brutale sulla costruzione dell’immagine. La regia della Hargitay è volutamente priva di filtri, esitante, quasi dissociata. La sua macchina da presa non giudica, ma interroga. Non cerca di riabilitare la madre, ma di capirla.
Tecnicamente, il documentario eccelle nell’uso del materiale d’archivio. La Hargitay non lo usa come semplice illustrazione, ma come un testo da decifrare. Le clip delle apparizioni TV (da Ed Sullivan a Merv Griffin), dove Mansfield recita la parte della “svampita” con la vocina acuta, sono giustapposte magistralmente alle interviste con i fratelli (Miklós, Zoltán, Jayne Marie). Ognuno di loro possiede un frammento di memoria, e il montaggio alterna con un ritmo dolente il glamour tossico della fama con la realtà frammentata del trauma.
La Hargitay, da attrice navigata, sa come stare davanti alla telecamera, ma qui si mostra in una vulnerabilità disarmante. La vediamo scrutare le foto, notando come sua madre la tenesse raramente in braccio, o interrogarsi sul perché il suo libro di infanzia fosse vuoto. Non sono dettagli da tabloid; sono, come dice lei stessa, “domande fondamentali” sull’identità.
Il film scava oltre la “lunatic glamour” (per citare l’estimatore John Waters) e trova Vera Jayne Palmer: una donna che parlava cinque lingue, suonava il violino e il pianoforte a livello classico, ma che scelse di usare il suo corpo “come un mezzo per un fine”.
Il vero cuore pulsante del film, tuttavia, è la gestione della rivelazione narrativa centrale: la scoperta che l’amato padre Mickey Hargitay non era il suo padre biologico. L’incontro con Nelson Sardelli e la rinegoziazione della propria storia familiare sono gestiti con una grazia che trasforma il documentario da indagine su una star a un universale racconto sulla memoria e sull’identità.
“My Mom Jayne” non è un’opera su Jayne Mansfield, la star. È il tentativo commovente e necessario di una figlia di riempire un vuoto sensoriale, di trovare finalmente “la madre nella sua carne e ossa” e, forse, di perdonare un fantasma. Un esordio coraggioso che usa il mezzo cinematografico per fare pace con il passato.
