Maria
Maria (2023) CHILE di Pablo Larrain
Gli ultimi giorni della celebre cantante lirica Maria Callas, nella Parigi degli anni ’70. La vediamo alle prese con i ricordi del passato, tra cui la relazione con l’armatore greco Aristotele Onassis, e con la consapevolezza della perdita della voce che segna la fine della sua carriera. Il film esplora la sua solitudine, le fragilità e il rapporto con le persone a lei più vicine. In un mix di realtà e immaginazione, il regista ci accompagna nel suo universo intimo e complesso, celebrando la sua grandezza artistica e la sua umanità.
Pablo Larraín, regista noto per la sua capacità di esplorare le figure femminili iconiche del XX secolo, torna sul grande schermo con “Maria”, un film dedicato agli ultimi giorni della leggendaria soprano Maria Callas. Dopo “Jackie” e “Spencer”, Larraín completa una sorta di trilogia cinematografica, offrendo un ritratto intimo e compassionevole della diva. Tuttavia, nonostante l’indubbio pregio dell’opera, si percepisce una certa mancanza di mordente, soprattutto se confrontata con i suoi lavori precedenti. Mentre “El Conde” osava una satira politica audace e “Spencer” scavava nelle profondità psicologiche di Lady Diana con un’intensità quasi claustrofobica, “Maria” sembra mantenersi su un terreno più delicato, forse troppo. Come se Larraín, da appassionato conoscitore dell’opera, volesse proteggere la sua eroina dalle asprezze della vita.
Il film, ambientato a Parigi, vede Angelina Jolie nei panni di una Callas eterea e regale, alle prese con la perdita della voce e con i ricordi di una vita intensa e travagliata. La Jolie offre una performance intensa, forse la migliore della sua carriera, incarnando con grazia e maestria le fragilità e le contraddizioni della Callas. La sua interpretazione è sottile, ricca di sfumature, e riesce a comunicare il dolore e la malinconia di una donna che ha dedicato la sua vita all’arte. Le arie d’opera che costellano il film, eseguite dalla stessa Callas (con alcune sovrapposizioni della voce della Jolie), sono un’esperienza emozionante che immerge lo spettatore nel mondo della diva.
L’uso del bianco e nero per i flashback, in contrasto con i colori vividi del presente parigino, è un’idea visivamente efficace che sottolinea il divario tra il passato glorioso e la solitudine del presente. La regia di Larraín è impeccabile, la fotografia di Ed Lachman e i costumi di Massimo Cantini Parrini sono ottimi. L’appartamento parigino di Callas, un ambiente elegante e decadente, diventa quasi un personaggio a sé stante, riflettendo lo stato d’animo della protagonista.
Eppure, nonostante questi elementi di pregio, “Maria” non convince pienamente. Il film è indubbiamente bello, emozionante e curato in ogni dettaglio, ma manca di quella scintilla, di quella forza dirompente che caratterizzava i precedenti lavori di Larraín. Si ha la sensazione che il regista si sia limitato a sfiorare la superficie della complessa personalità di Callas, senza scavare a fondo nelle sue contraddizioni e nei suoi conflitti interiori. Come è stato notato da più parti, il film è un’ode appassionata alla Callas, un atto d’amore di un regista verso la sua musa, ma forse proprio questo amore sconfinato ha impedito a Larraín di raccontare la storia della Callas in modo più completo e onesto, con tutte le sue luci e le sue ombre. “Maria” è un film che si guarda con piacere, che colpisce per certi aspetti, ma che lascia nello spettatore un senso di incompiuto, di occasione mancata.
