L’amico fedele
L’amico fedele (2024) USA di Scott McGehee, David Siegel
Iris, una scrittrice e docente newyorkese si ritrova improvvisamente a gestire il lutto per il suicidio del suo mentore e un tempo amante, Walter. Come eredità inaspettata, Walter le lascia Apollo, un alano mastodontico quanto depresso che Iris è costretta a ospitare nel suo minuscolo appartamento dove i cani sono rigorosamente vietati. Tra blocchi dello scrittore e minacce di sfratto, la convivenza forzata tra i due “superstiti” si trasforma in un legame simbiotico che costringe Iris a confrontarsi con il peso del passato e l’inevitabilità della mortalità.
David Siegel e Scott McGehee confermano la loro sensibilità nel cogliere e di filmare l’invisibile senza ricorrere al misticismo di maniera. La loro è una regia della prossimità, che si muove lungo i confini di un’intimità forzata, trasformando l’appartamento di Iris in un set teatrale dove si mette in scena il dramma dell’esistenza.
Dal punto di vista tecnico, l’uso della profondità di campo è fondamentale: Apollo non è quasi mai sullo sfondo; la sua mole occupa il primo piano, costringendo la cinepresa — e di conseguenza l’occhio dello spettatore — a rinegoziare costantemente lo spazio. Bing, l’alano interprete, offre una performance che definire “animale” sarebbe riduttivo; è una presenza statuaria, quasi un’opera di Henry Moore che respira. La scelta di Siegel e McGehee di non antropomorfizzarlo mai, di non regalargli pensieri umani tramite espedienti narrativi, eleva il film a una riflessione sulla distanza incolmabile tra le specie. Il cane non è un surrogato di Walter, ma la manifestazione fisica della sua assenza: un vuoto che pesa, che sporca, che occupa il letto.
Il cuore filosofico del film risiede nel conflitto tra la parola — Iris è una scrittrice in blocco, Walter era un oratore seducente — e il mutismo di Apollo. Se per Aristotele l’uomo è l’animale che possiede il linguaggio, Iris scopre che nel momento del dolore supremo, il linguaggio diventa un guscio vuoto. La fotografia di Giles Nuttgens lavora su una palette di grigi, blu e ocra, eliminando i contrasti violenti per sottolineare questa liminalità. Non siamo nel regno della luce né in quello dell’ombra, ma in un purgatorio emotivo. La macchina da presa indugia sui dettagli: il pelo dell’animale, le pieghe del volto di una Naomi Watts straordinariamente struccata nella sua vulnerabilità, i libri accumulati che non vengono più letti.
Il montaggio non cerca il ritmo frenetico della metropoli, ma segue il tempo dilatato della malinconia. Le sequenze in cui Iris legge ad alta voce ad Apollo non sono solo momenti di tenerezza, ma atti di resistenza culturale. C’è qualcosa di profondamente commovente, e tecnicamente audace, nel filmare una donna che legge a un cane: è il tentativo di ricucire il mondo attraverso il suono, quando il senso è andato perduto.
Il confronto finale tra Iris e l’immagine (o il fantasma) di Walter non è una concessione al fantastico, ma una necessità dialettica. Bill Murray interpreta Walter con una leggerezza spettrale, incarnando quel tipo di intellettualismo che, pur brillante, flirta pericolosamente con il nulla. La risposta di Iris, mediata dalla presenza di Apollo, è una scelta di cura: la filosofia del film si sposta così dall’esistenzialismo astratto all’etica della responsabilità quotidiana. L’amico fedele è un’opera sulla densità dei legami che sopravvivono alla carne. È un film che richiede pazienza, la stessa pazienza che serve per aspettare che un cane depresso si alzi dal pavimento. Per il cinefilo attento, è una lezione di cinema su come inquadrare il “troppo”: troppo spazio, troppo dolore, troppo amore.
