Io sono nessuno 2

Il nostro parere

Io sono nessuno 2 (2025) USA di Timo Tjahjanto


Hutch Mansell cerca di ricucire il rapporto con la moglie Becca e i figli portando l’intera famiglia, incluso l’indomito nonno David, in una vacanza nostalgica a Plummerville. Quella che dovrebbe essere una tranquilla cittadina di provincia si rivela però il centro operativo di un’organizzazione criminale gestita dalla spietata Lendina. Tra sceriffi corrotti e attrazioni turistiche trasformate in trappole mortali, Hutch dovrà abbandonare nuovamente i panni del padre di famiglia per trasformarsi in una macchina da guerra, coinvolgendo stavolta i suoi cari in un’escalation di violenza coreografica.


Timo Tjahjanto subentra alla regia portando con sé quel gusto indonesiano per la carneficina coreografata che avevamo già ammirato in lavori ben più viscerali. In questo secondo capitolo, l’estetica del combattimento si evolve verso una sorta di danza macabra che flirta apertamente con la parodia, senza però mai abbracciarla del tutto. La macchina da presa non è più una semplice osservatrice, ma diventa un elemento dinamico che asseconda la fluidità dei movimenti di Bob Odenkirk, la cui fisicità stanca e quotidiana crea un contrasto cromatico e ritmico affascinante con la precisione dei colpi inferti. Se nel primo capitolo il montaggio lavorava per sottrazione, qui si espande in sequenze lunghe e articolate, dove ogni oggetto contundente presente nell’inquadratura viene integrato in una logica narrativa di pura improvvisazione violenta.

L’illuminazione satura di certe sequenze, specialmente nel climax all’interno del parco divertimenti, ricorda vagamente il pastiche visivo dei fumetti d’azione, trasformando la profondità di campo in un palcoscenico dove il caos è ordinato da una regia che conosce perfettamente i tempi della commedia slapstick applicata al genere splatter. Tuttavia, questa fluidità formale deve scontrarsi con una struttura drammaturgica che fatica a trovare una propria identità autonoma. La gestione degli spazi, sebbene inventiva nell’utilizzo delle scenografie come veri e propri strumenti di offesa, non riesce a mascherare una certa staticità dei personaggi secondari. Sharon Stone, pur nella sua presenza scenica, viene confinata in un ruolo che è più una macchia di colore che un vero contrappunto narrativo.

La scelta dei tempi di montaggio riflette una frenesia che cerca di compensare l’assenza di quel piacere della scoperta che aveva reso il capostipite un film con spunti interessanti. C’è una consapevolezza quasi metacinematografica nel modo in cui Hutch interagisce con l’ambiente circostante, trasformando gesti quotidiani in atti di distruzione con una naturalezza che è ormai cifra stilistica della saga. Eppure, nonostante la direzione di Tjahjanto garantisca una pulizia dell’immagine e una gestione efficace delle masse, si percepisce la mancanza di un respiro più ampio che vada oltre la semplice iterazione di uno schema vincente. Si guarda il film con il piacere ammirando la precisione degli stunt e la coordinazione tra suono e immagine, ma con la sensazione che la pellicola si accontenti di essere un’ottima cover, eseguita con strumenti di pregio ma priva di quella scintilla creativa che trasforma un genere in un’opera necessaria.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *