Io sono la fine del mondo
Io sono la fine del mondo (2025) ITA di Gennaro Nunziante
Angelo, un uomo la cui professione è tanto bizzarra quanto socialmente utile – recuperare adolescenti sbronzi dalle serate e riportarli a casa –, si ritrova appiedato a causa di un guasto irreparabile alla sua auto. Questa seccatura lo costringe, suo malgrado, a tornare in Sicilia per le vacanze estive, con il pretesto di dare il cambio alla sorella nell’assistenza ai genitori anziani. In realtà, il suo ritorno a casa non è mosso da affetto filiale, ma da un covato e meticoloso desiderio di vendetta per un’infanzia di presunte angherie.
Il sodalizio tra il regista Gennaro Nunziante e il comico di turno è ormai una formula collaudata, una specie di marchio di fabbrica che, dopo i fasti dell’era Zalone, ha iniziato a mostrare qualche scricchiolio. Con Angelo Duro, il meccanismo sembra proprio incepparsi. L’attore palermitano, noto per il suo personaggio social e teatrale, si piazza davanti alla macchina da presa senza smuovere di un millimetro la sua maschera cinica e perennemente accigliata. Il problema è che un film non è un monologo teatrale e nemmeno una sfilza di reel per Instagram. Quella che dovrebbe essere una commedia “politicamente scorretta” si rivela essere una tragedia mascherata, il manifesto del politicamente scontato.
La comicità di Duro si regge tutta su un unico pilastro: il contrasto tra un’espressione facciale che non si concede mai a un sorriso e un fiume di parole al vetriolo sparate contro chiunque gli capiti a tiro. Famiglia, amore, disabilità, quieto vivere: tutto viene passato al tritacarne del suo sdegno universale. Il repertorio è quello, e non si scappa. Peccato che, alla lunga, questo atteggiamento da Bastian Contrario programmatico generi più imbarazzo che disagio, rivelandosi meccanico e privo di vere sorprese. La pellicola arranca, faticando a legare insieme una serie di scenette che sembrano rappezzate alla bell’e meglio, senza un vero ritmo narrativo.
Il vero buco nero della sceneggiatura sta nell’incredulità che suscita. È mai possibile che nessuno, ma proprio nessuno, reagisca alle continue meschinità e allo squallore vomitati dal protagonista? Che una donna, misteriosamente affascinata da lui, continui a dargli corda anche dopo aver assistito a un torrente di insulti rivolti a suo figlio? O che a nessuno venga in mente il consiglio più sensato: “Senti, ma farti aiutare da uno bravo?”. Così, il personaggio di Duro resta piatto, imprigionato nella sua stessa posa, a tal punto che i comprimari, come gli ottimi Giorgio Colangeli e Matilde Piana nei panni dei genitori, rischiano di rubargli la scena con un solo sguardo. Persino il colpo di scena finale non riesce a scuotere l’insieme, apparendo più come un espediente di scrittura che come una vera svolta emotiva.
