In un batter d’occhio

Il nostro parere

In un batter d’occhio (2026) USA di Andrew Stanton


Il film intreccia tre archi temporali distanti millenni: nel 45.000 a.C., una famiglia di Neanderthal lotta per la sopravvivenza in una natura primordiale; nel presente, l’antropologa Claire (Rashida Jones) indaga su resti fossili che sembrano legarla a quel passato, mentre vive una relazione faticosa con il collega Greg (Daveed Diggs); nel 2400, l’astronauta Coakley (Kate McKinnon) viaggia verso una colonia remota trasportando il futuro della specie sotto forma di cellule staminali. Tre epoche unite da un sottile filo rosso che vorrebbe riflettere sull’evoluzione umana e sulla persistenza del sentimento attraverso i secoli.


C’è un paradosso quasi crudele nel ritorno al live-action di Andrew Stanton. Il regista che con WALL-E ci aveva insegnato l’eloquenza del silenzio e la poesia dei rottami, sembra qui aver smarrito la bussola del montaggio interno e della coesione narrativa. “In the Blink of an Eye” si presenta come un pastiche di suggestioni malickiane e ambizioni alla Cloud Atlas, ma finisce per risolversi in un’operazione asfittica che sacrifica l’empatia sull’altare di un concettualismo da manuale di sociologia.

Il film soffre di una schizofrenia evidente. Se la fotografia nelle sequenze preistoriche gode di una luce naturale che nobilita i paesaggi, la gestione del ritmo è deficitaria: i 90 minuti di durata trasformano quella che doveva essere un’epopea trans-temporale in una versione “Bignami” di un romanzo mai scritto. Il montaggio di Mollie Goldstein tenta disperatamente di creare rime visive tra i pennelli della Jones e i ghiacci del Pleistocene, ma il raccordo è puramente formale, mai emotivo. La colonna sonora di Thomas Newman, solitamente magistrale, qui è costretta a un “over-acting” musicale, tentando di riempire con il tappeto sonoro i vuoti di una sceneggiatura (firmata da Colby Day) che non permette ai personaggi di respirare oltre lo stereotipo.

Il vero peccato originale risiede nella direzione degli attori. Nonostante la solidità di Daveed Diggs e l’impegno di una Kate McKinnon sottratta alla macchietta comica, le interazioni appaiono meccaniche. La relazione tra Claire e Greg manca di quella chimica organica necessaria a giustificare i grandi temi del film; sembra quasi che Stanton si sia dimenticato che, per parlare dell’Umanità con la “U” maiuscola, bisogna prima saper raccontare gli uomini.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *