Il Robot selvaggio
Il Robot selvaggio (2024) USA di Chris Sanders
Dunque, mettiamoci comodi e prepariamoci a farci trasportare in un’isola sperduta, dove una singolare protagonista, un’androide di nome Rozzoum 7314, per gli amici Roz, si ritrova catapultata a seguito di un piccolo “incidente di percorso”. Questa creatura metallica, con un’indole da perfetta assistente robotica, non perde tempo e si mette subito alla ricerca di qualcuno da aiutare, obbedendo al suo software primario, nell’attesa di poter inviare un SOS per tornare alla base. Le prime scene che la vedono destreggiarsi nel tentativo di rendersi utile a qualsiasi essere vivente incroci il suo cammino sono un vero spasso, un mix ben riuscito di comicità e tenerezza che ci introduce alla meraviglia che sta per svelarsi.
Chris Sanders, già noto per “Dragon Trainer”, ha accostato l’estetica del suo “Il Robot Selvaggio” a un quadro di Monet immerso in una foresta alla Miyazaki. L’accostamento può suonare insolito, ma il risultato visivo è interessante. L’attenzione per l’immagine si distingue subito dalla piattezza di molte produzioni animate americane. Qui non si respira la fredda impersonalità di certi cartoon moderni, ma piuttosto una sensazione di arte in movimento, quasi si percepissero le pennellate. In questo senso, il film guarda più a opere come “Wolfwalkers” o allo Studio Ghibli che agli standard americani. Molte inquadrature meritano una menzione per la loro bellezza. Si potrebbe apprezzare “Il Robot Selvaggio” anche senza audio, ma attivandolo si scopre un’opera animata di sicuro valore.
Nel suo percorso, Roz incontra diversi animali dell’isola, tra cui una volpe di nome Fink, un opossum di nome Pinktail, un orso grizzly di nome Thorn e un castoro di nome Paddler. Presto, però, la robot apprende che la natura non è sempre un luogo accogliente. Un aspetto interessante dell’adattamento del libro di Peter Brown è come il film affronti il tema della morte, un argomento delicato che l’animazione contemporanea sembra spesso evitare. La natura è affascinante, ma anche pericolosa. Roz lo scopre quando, accidentalmente, distrugge un nido, causando la morte della madre e di quasi tutte le uova, eccetto una. Da quell’unico uovo nasce Brightbill, un pulcino che la considera subito come una figura materna. Secondo le leggi naturali, Brightbill avrebbe poche probabilità di sopravvivere, ma non tutti i pulcini hanno una madre robot.
“Il Robot Selvaggio” richiama atmosfere di film come “Dragon Trainer” e “Il Gigante di Ferro”, storie di robot che seguono il proprio istinto. Sanders, però, trova una sua originalità nel mescolare tensione, umorismo e delicatezza. Il film offre momenti inaspettatamente divertenti, spesso legati alla fragilità della vita selvaggia, ma è anche pervaso da un’emozione sincera, raramente forzata. La qualità visiva si estende al buon lavoro dei doppiatori e a una colonna sonora efficace di Kris Bowers. Si percepisce quando un progetto nasce da una passione artistica, e in “Il Robot Selvaggio” si nota l’impegno di tutti coloro che vi hanno lavorato. Si vede, si sente, si percepisce. E questo è un valore aggiunto, specialmente in un panorama in cui molta animazione per bambini sembra pensata solo per il profitto. Questo film ha un cuore, e per questo riesce a toccare il cuore di chi lo guarda. “Il Robot Selvaggio” è una storia di macchine e animali, ma soprattutto di genitori e figli. Roz impara la complessità dell’essere madre, capendo che a volte la cosa migliore è seguire il proprio istinto. A volte bisogna essere un po’ selvaggi.
