Horizon – An American saga – Capitolo 1

Il nostro parere

Horizon – An american saga (2024) USA di Kevin Costner


Nel pieno della Guerra Civile americana nel selvaggio West la spinta all’espansione non si ferma. Un gruppo di pionieri tenta di fondare un insediamento in un luogo chiamato Horizon, ma gli Apache li sterminano rapidamente. Altri coloni arrivano, con più risorse e ambizioni, ma il destino non è più clemente. Tra massacri, vendette e sogni infranti, il film segue più storie parallele: un ufficiale di cavalleria cerca di proteggere i sopravvissuti, un cercatore d’oro solitario si imbatte in una faida per un bambino scomparso e una carovana di coloni affronta le insidie del viaggio attraverso terre inesplorate.


Questa prima parte è una dichiarazione d’amore sfacciata e senza compromessi al western classico, costruita con la determinazione di chi sa che non c’è più tempo per rimpianti o mezze misure. Costner non si preoccupa delle critiche, né dei sacrifici personali: il suo obiettivo è chiaro, riportare il western ai fasti del passato con una visione cinematografica imponente. E la prima ora del film è irresistibile: l’attacco degli Apache e la disperata difesa del campo sono pura tensione visiva, con echi di Los que no perdonan e Sentieri selvaggi.

Ma non tutto fila liscio. Dopo un inizio esplosivo, il ritmo si fa più incerto e frammentato. La caccia a una donna e un bambino nelle montagne innevate del Wyoming, con Costner nel ruolo di guardiano riluttante, sembra più una divagazione che un tassello fondamentale della narrazione. Anche la storia della carovana guidata da Luke Wilson, forse penalizzata da un casting non perfetto, non riesce a trasmettere la stessa epica emotiva. Tuttavia, momenti potenti non mancano: la tensione in una cantina affollata di pistoleri vendicativi o il sottile gioco romantico tra Sam Worthington e Sienna Miller regalano spunti affascinanti.

A livello tecnico, Horizon è un film sontuoso. La fotografia di James M. Muro è spettacolare: ogni inquadratura è un quadro in movimento, esaltando la vastità delle praterie, la maestosità delle montagne e la polverosa brutalità dei combattimenti. La colonna sonora di John Debney accompagna la narrazione con un’epicità che rievoca i grandi classici del genere, senza però risultare eccessivamente nostalgica. Tuttavia, il montaggio risente della struttura episodica e diluita, con un racconto che a volte sembra più una miniserie televisiva che un unico film compatto.

A livello stilistico, Horizon si muove su un confine sottile tra cinema e televisione. L’influenza della lunga collaborazione con Taylor Sheridan (Yellowstone) è evidente, con una narrazione che ricorda il formato seriale più che la struttura compatta di un classico western cinematografico. Non siamo ai livelli lirici di Open Range, ma la fotografia di James M. Muro e la colonna sonora di John Debney compensano le incertezze narrative con immagini e musiche che sanno di mito e leggenda.

Alla fine, il consiglio è semplice: lasciarsi trasportare e godersi il viaggio. Certo, Horizon non è perfetto, e la sua struttura incompleta rende difficile un giudizio definitivo. Ma una cosa è certa: dopo il montaggio finale che anticipa il prossimo capitolo, la voglia di continuare questo viaggio nel West è più forte che mai.

 

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