Prendiamoci una pausa
Prendiamoci una pausa (2026) ITA di Christian Marazziti
Tre generazioni di coppie in crisi decidono di affrontare una separazione temporanea nel tentativo di fare chiarezza nei propri sentimenti. I quasi sessantenni Valter e Fiorella si scontrano dopo trent’anni di matrimonio, i quarantenni Fabrizio e Valeria naufragano tra incomprensioni e immaturità, mentre la diciannovenne Erica esplora i dubbi legati alla propria identità sentimentale. A fare da raccordo terapeutico tra le varie vicende interviene una psicoterapeuta, mentre le esistenze dei protagonisti si incrociano con figure eccentriche e dinamiche relazionali caotiche. Sul finale, un improvviso e pretenzioso colpo di scena tenta di rimescolare le carte, svelando un legame segreto tra le tre diverse vicende che ribalta la prospettiva dell’intero racconto.
Christian Marazziti tenta la carta della commedia corale matura, ma finisce per impantanarsi nelle sabbie mobili di un cinema medio che insegue disperatamente i modelli della commedia relazionale italiana contemporanea. La struttura tripartita, che vorrebbe evocare le stratificazioni emotive dei moderni family drama seriali, si rivela in realtà un meccanismo fragile, dove l’ambizione estetica si scontra con una messinscena priva di veri guizzi e schiacciata su codici visivi puramente televisivi. La macchina da presa si limita a illustrare la sceneggiatura senza mai farsi interprete del disagio dei personaggi, traducendo la crisi dei corpi e degli spazi in una sequela di campi e controcampi statici, privi di una reale necessità cinematografica.
L’operazione soffre di un evidente cortocircuito contenutistico: laddove il grande cinema corale del passato utilizzava il ribaltamento di prospettiva per destrutturare la narrazione e arricchire il sottotesto psicologico, questo lavoro si affida a un twist finale che ha il sapore del trucco illusionistico mal celato. Questa scelta di scrittura, anziché arricchire la visione o stratificare il senso del tempo e dell’illusione amorosa, si dimostra un mero escamotage fine a se stesso. I rimandi alla tradizione della commedia romana nella gestione della coppia formata da Claudia Gerini e Marco Giallini rimangono abbozzati in superficie, trasformando attori di razza in maschere bidimensionali, schiave di stereotipi logori sui conflitti generazionali. A risolvere le sorti di un’opera altrimenti anodina restano solo i tempi comici di Paolo Calabresi e l’acume di Lucia Ocone, uniche schegge di autentica vitalità all’interno di un impianto narrativo che vorrebbe filosofeggiare sulle fragilità umane ma si adagia, troppo spesso, sul qualunquismo della battuta a tutti i costi.
