Esprimi un desiderio
Esprimi un desiderio (2025) ITA di Volfango De Biasi
Simone, un trentenne segnato dall’abbandono del nonno e cresciuto in orfanotrofio, nutre un profondo livore verso la terza età. Dopo aver aggredito un’anziana cliente nella ferramenta dove lavora, viene condannato a sei mesi di servizi sociali presso Villa Margherita. Qui dovrà confrontarsi con Ettore e un gruppo di residenti agguerriti che cercheranno in ogni modo di sabotare la sua permanenza.
Sulle pagine di Ifellini.com ci troviamo spesso a riflettere sulla salute della commedia italiana e Volfango De Biasi, con questo adattamento della pellicola francese Il peggior lavoro della mia vita, ci offre un pretesto perfetto per analizzare lo stato dell’arte del genere. La narrazione si muove su binari di una classicità quasi accademica, dove la macchina da presa cerca di mediare tra la fisicità esuberante dell’esordiente Max Angioni e la staticità carismatica di Diego Abatantuono. Quest’ultimo, con un’economia di gesti che solo i grandi veterani possono permettersi, riesce a conferire una certa nobiltà a una scrittura che altrimenti rischierebbe di scivolare troppo spesso nel bozzettismo. L’estetica del film non cerca lo strappo visivo, preferendo una fotografia dai toni caldi e rassicuranti che avvolge Villa Margherita in un’aura quasi sospesa, dove il tempo sembra dilatarsi in funzione del racconto.
Tuttavia, analizzando la tessitura del montaggio, si avverte talvolta una sfasatura nei tempi comici, un’incertezza nel ritmo che non sempre asseconda la verve dei comprimari. Sebbene la regia provi a nobilitare lo scontro generazionale attraverso inquadrature che enfatizzano il contrasto tra l’irrequietezza motoria di Simone e la saggezza millenaria, quasi statuaria, dei residenti, l’operazione sembra risentire di una certa pigrizia creativa tipica dei remake. La scelta di affidarsi a soluzioni visive collaudate, come lo slow motion didascalico per sottolineare l’apparizione dell’interesse amoroso, denuncia una volontà di non rischiare, preferendo la sicurezza del già visto alla ricerca di un linguaggio più contemporaneo. Nonostante queste fragilità strutturali, il film trova una sua ragion d’essere nell’umanità dei suoi interpreti: figure come Giorgio Colangeli e Marco Messeri nobilitano l’inquadratura con una profondità espressiva che sopperisce a una sceneggiatura talvolta piatta, trasformando una semplice sequenza di gag in una riflessione, seppur lieve, sul senso dell’eredità e della memoria collettiva nel cinema di oggi.
