Edward mani di forbice
Edward mani di forbice (1990) USA di Tim Burton
Peggy Boggs, un’instancabile rappresentante Avon, scopre in un tetro castello gotico che sovrasta il suo coloratissimo sobborgo una creatura incompiuta: Edward. Creato da un vecchio inventore, morto prima di potergli donare delle mani vere, il giovane possiede al loro posto delle affilate forbici. Accolto nella famiglia di Peggy, Edward affascina la comunità con i suoi talenti artistici, ma la sua diversità e l’amore per la giovane Kim lo porteranno a uno scontro inevitabile con l’ipocrisia e la paura del mondo “normale”.
Se esiste un’opera che incapsula l’essenza più pura e autobiografica della poetica di Tim Burton, questa è senza dubbio Edward mani di forbice. Realizzato all’apice del suo periodo d’oro, dopo il successo planetario di Batman, questo film rappresenta non un lavoro su commissione, ma un’urgenza espressiva, un grido sussurrato che traduce in immagini il sentimento di isolamento del regista stesso. È Burton allo stato puro, un distillato della sua fascinazione per il gotico, per i mostri incompresi della Universal e per le fiabe classiche come “La Bella e la Bestia” e “Frankenstein”.
La messa in scena è un trionfo di espressionismo gotico che si scontra deliberatamente con la satira di un sobborgo americano i cui colori pastello e la simmetria quasi maniacale sembrano anticipare, con sorprendente preveggenza, certo cinema di Wes Anderson. Questo contrasto visivo non è un mero vezzo stilistico, ma il fulcro tematico del film: l’inconciliabilità tra l’oscurità romantica dell’individuo e l’accecante e superficiale normalità della massa. Il tutto è avvolto dalla partitura indimenticabile di Danny Elfman, una melodia fiabesca e struggente che funge da vera e propria anima narrante del film.
Burton non si limita a creare un mondo visivamente sbalorditivo; lo usa come bisturi per incidere la facciata perbenista della middle-class americana. La comunità prima adotta Edward come un’eccentrica novità, un fenomeno da baraccone capace di creare sculture topiaria e tagli di capelli alla moda. Ma quando la sua diversità smette di essere funzionale all’intrattenimento e rivela la sua natura irriducibile, la stessa comunità lo demonizza con una ferocia pari solo all’entusiasmo iniziale.
Johnny Depp, in una performance che lo consacrò, offre un’interpretazione quasi muta, chapliniana, tutta giocata sulla fisicità e su uno sguardo perennemente ferito e stupito. Il suo Edward è l’archetipo dell’artista puro, incapace di toccare senza lasciare un segno, di amare senza potenzialmente ferire. Laddove un critico meno attento potrebbe vedere una deriva verso un finale hollywoodiano convenzionale, Burton compie in realtà la sua scelta più radicale e crudele. La favola gentile si spezza, rivelando la sua anima nera: la violenza non è una soluzione pigra, ma la tragica e inevitabile conseguenza del rifiuto.
Edward mani di forbice non è solo un capolavoro visivo, ma il cuore pulsante del cinema di Burton. Un cult invecchiato magnificamente, che ci ricorda come le cicatrici più profonde non siano quelle sulla pelle, ma quelle lasciate dall’incapacità del mondo di amare ciò che non comprende.
