Broken rage
Broken rage (2023) JAP di Takeshi Kitano
Un anziano sicario soprannominato “Nezumi” (“Il Topo”), che riceve incarichi da un misterioso individuo noto come “M”. Dopo essere stato arrestato, la polizia gli offre la libertà in cambio di un’operazione sotto copertura per infiltrarsi in un’organizzazione criminale. Il film è diviso in due parti: la prima racconta la storia in modo drammatico, mentre la seconda la ripropone con toni comici e situazioni slapstick.
Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro e davanti alla macchina da presa con un’opera che sfida le convenzioni e gioca con le aspettative dello spettatore. Il film, realizzato quasi in sordina per Amazon Prime, segna un ulteriore passo nel percorso artistico del regista giapponese, che ha sempre oscillato tra il cinema d’autore e l’intrattenimento puro. Se la trilogia di Outrage rappresentava un ritorno alla narrazione lineare e al thriller yakuza, qui Kitano destruttura ancora una volta il genere, trasformando un film apparentemente rigoroso in una messinscena grottesca e surreale.
Il protagonista, un sicario noto come Maus, segue un rituale preciso: riceve gli incarichi in un bar, elimina le sue vittime con freddezza e incassa la ricompensa. La sua vita procede in modo meccanico, ripetitivo, priva di emozioni e scossoni, fino a quando non viene arrestato. Gli viene offerta la possibilità di collaborare con la polizia per evitare la prigione, ma il film non si focalizza sul dilemma morale o sulle dinamiche del crimine organizzato. Al contrario, Kitano sposta l’attenzione su un aspetto raramente esplorato nel cinema d’azione: l’invecchiamento. Maus non è il solito sicario impeccabile e letale; è un uomo stanco, impacciato, vestito in modo trasandato, che si muove con goffaggine. Ogni sua azione sembra più il risultato di una sceneggiatura che lo protegge piuttosto che di una reale abilità. È come se Kitano volesse dire apertamente che il tempo ha preso il sopravvento, trasformando il killer in un relitto di un’epoca passata.
A metà film avviene il colpo di scena più radicale: la narrazione si interrompe e tutto ricomincia da capo, ma con un tono completamente diverso. Se nella prima parte Broken Rage era un thriller minimale e quasi ascetico, ora si trasforma in una farsa nera. Ogni scena viene riproposta in una versione assurda e caricaturale: gli indizi vengono distrutti in modo ridicolo, Maus scambia le vittime, inciampa di continuo e sembra non capire nulla di ciò che accade intorno a lui. L’atmosfera diventa quasi cartoonesca, richiamando le commedie slapstick di Zucker, Abrahams e Zucker (Airplane!, Top Secret!) piuttosto che il cinema noir a cui Kitano ci aveva abituati.
Questa operazione non è fine a se stessa, ma rappresenta una dichiarazione d’intenti del regista. Kitano ha sempre giocato con il concetto di doppiezza e di riflesso tra realtà e finzione, ma qui porta questo gioco alle estreme conseguenze. Non solo smonta il mito del killer implacabile, ma demolisce anche la sua stessa immagine di autore serio e introspettivo. Se nei suoi film precedenti la violenza e la malinconia coesistevano con momenti di umorismo sottile, in Broken Rage il confine tra dramma e parodia viene completamente abbattuto.
Il risultato è un’opera che può spiazzare e dividere il pubblico. Gli spettatori in cerca di un classico yakuza movie potrebbero trovarsi disorientati dalla svolta surreale della seconda metà, mentre chi apprezza l’approccio sperimentale di Kitano vedrà in Broken Rage una delle sue opere più libere e personali. Il film è, in un certo senso, un testamento artistico: non un ritorno alle origini, ma una celebrazione di tutto ciò che Kitano è stato, mescolando violenza e ironia, rigore e caos, fino a costruire un’opera che si prende gioco sia del suo passato che delle aspettative del pubblico.
Con Broken Rage, Takeshi Kitano dimostra ancora una volta di non avere alcun interesse nel compiacere i fan o nel ripetersi. Il suo cinema è un costante atto di ribellione contro le etichette e le categorizzazioni, e questa volta ha scelto di smantellare l’icona che lui stesso aveva contribuito a creare. Il risultato è un film che, pur nella sua apparente semplicità, racchiude una riflessione profonda sul tempo, sull’identità e sul significato stesso del fare cinema.
