Agata Christian – Delitto sulle nevi
Agata Christian – Delitto sulle nevi (2025) ITA di Eros Puglielli
Il celebre e misantropo criminologo Christian Agata viene ingaggiato dalla ricca famiglia Gulmar come testimonial per il rilancio del gioco da tavolo Crime Castle nella loro lussuosa villa in Valle d’Aosta. L’improvviso omicidio del patriarca Carlo e una violenta valanga che isola la dimora costringono l’investigatore a collaborare con l’ingenuo brigadiere Vanni Cuozzo. Tra segreti di famiglia, bizzarri sospettati e indizi bislacchi, Agata dovrà usare il suo infallibile e acido intuito per smascherare il colpevole prima che sia troppo tardi.
Eros Puglielli si conferma un regista capace di manipolare i codici di genere con consapevolezza cinefila. Con questa pellicola, l’autore opera un innesto tra la rigida struttura geometrica del whodunit di matrice anglosassone e la tradizione più sanguigna e corporea della nostra commedia popolare. La macchina da presa si muove con un dinamismo che valorizza gli spazi chiusi della villa valdostana, trasformando la scenografia claustrofobica in un vero e tabellone ludico che evoca dichiaratamente il classicismo di Signori, il delitto è servito.
L’aspetto più stimolante per lo spettatore esigente risiede nel fitto tessuto citazionistico che nutre l’intera operazione. Puglielli non si limita al rinvio nominale all’universo di Agatha Christie, ma saccheggia la storia del cinema con divertita sfrontatezza. All’interno della narrazione si rintracciano rimandi visivi e strutturali che spaziano dalle porte girevoli di Frankenstein Junior alle dinamiche spaziali di un montavivande dal retrogusto pinteriano, fino a lambire la commedia di culto nostrana come Febbre da cavallo. Questa stratificazione testuale permette al film di superare la pigrizia tipica del filone festivo da cui parzialmente deriva, nobilitando la gag anche attraverso l’uso del sonoro e di un montaggio dal ritmo serrato, che asseconda le partiture demenziali dei protagonisti.
Christian De Sica, nel ruolo di un investigatore cinico, snob e respingente, offre una performance speculare e quasi decostruttiva della sua maschera storica, mentre Lillo Petrolo gioca efficacemente di contrasto fisico contro una coralità di caratteri volutamente iperbolici. Se la gestione del cast di contorno mostra qualche squilibrio, con le figure dei non professionisti che faticano a integrarsi nell’architettura complessiva, è l’ottima verve di Maccio Capatonda a rinvigorire la satira sociale del racconto. Rimane purtroppo una leggera timidezza nella gestione della crudeltà comica e dei decessi sullo schermo; la scrittura, pur essendo strutturalmente ferrea nell’accumulo di falsi indizi e passaggi segreti, sceglie talvolta di rifugiarsi in una zona di comfort adatta a un pubblico trasversale, privando la pellicola di quella cattiveria nera che avrebbe reso questo riuscito gioco di specchi un graffiante ritratto della borghesia contemporanea.
