Il verdetto

Il nostro parere

Il verdetto (1982) USA di Sidney Lumet


Frank Galvin è un avvocato di Boston ridotto all’alcolismo e al declino professionale che riceve dal mentore Mickey un caso apparentemente facile di malasanità contro un ospedale cattolico. Di fronte alla giovane vittima ridotta in stato vegetativo, Galvin subisce un sussulto di coscienza e rifiuta un ricco patteggiamento extragiudiziale per cercare la propria redenzione in tribunale. Dovrà così sfidare un potentissimo studio legale e un sistema giudiziario ostile, trasformando l’aula di giustizia nell’arena di una disperata rinascita personale.


Venticinque anni dopo aver sezionato i meccanismi della giustizia attraverso la coralità geometrica di La parola ai giurati, Sidney Lumet torna dietro lo scranno del tribunale per firmare un’opera che, dietro la superficie del genere, si rivela uno spietato studio dei corpi e delle coscienze. Il verdetto del titolo non è tanto l’esito di un processo istituzionale, quanto il dilemma esistenziale di un uomo che ha barattato il proprio riflesso per un bicchiere di whiskey.

La regia di Lumet lavora sottilmente per sottrazione, prediligendo composizioni del quadro che isolano il protagonista in spazi monumentali, freddi e polverosi, traducendo l’alienazione burocratica che schiaccia il singolo di fronte alle grandi istituzioni. L’uso accurato delle lenti focali lunghe e di una cinepresa spesso fissa e distanziata accentua la sensazione di soffocamento emotivo, schiacciando la prospettiva e costringendo lo spettatore a misurare l’angoscia di Galvin nello spazio circostante.

La celebre scrittura di David Mamet si mette al servizio di questa destrutturazione, offrendo dialoghi affilati e un ritmo sincopato che si scontra magnificamente con la letargia iniziale del personaggio principale. C’è un legame sotterraneo e squisitamente crepuscolare che unisce questo protagonista al mitico Fast Eddie Felson de Lo spaccone; Paul Newman, spogliato della sua proverbiale e seducente vitalità, accetta i segni del tempo sul volto stanco e lo sguardo appannato, regalando una performance che vive di tremori trattenuti e silenzi pesantissimi. Questa transizione interpretativa dialoga direttamente con la tradizione del cinema americano della New Hollywood, dove l’eroe classico si scopre fallibile e vulnerabile. Il contrasto dialettico con l’antagonista interpretato da James Mason, che incarna un’eleganza rapace e machiavellica, eleva il film al di sopra dei canoni del semplice legal thriller, trasformandolo in una parabola morale.

Mamet avrebbe voluto persino privare lo spettatore della sentenza della giuria nei minuti finali, una scelta radicata nella sua poetica teatrale volta a sottolineare come l’intera architettura narrativa fosse interamente votata all’anatomia della rinascita interiore di un reietto, rendendo l’esito formale del processo un dettaglio quasi accessorio rispetto alla riconquista della dignità umana.

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