My mother’s wedding
My mother’s wedding (2023) UK di Kristin Scott Thomas
Tre sorelle, una comandante della Marina, una star di Hollywood e un’infermiera, si riuniscono nella campagna inglese per il terzo matrimonio della madre Diana. L’evento risveglia i traumi mai superati legati alla scomparsa dei rispettivi padri, entrambi piloti della Royal Navy deceduti in tragici incidenti aerei. Tra vecchi rancori e idealizzazioni infantili, la celebrazione si trasforma in un confronto terapeutico sulle difficoltà sentimentali delle tre donne.
Il debutto dietro la macchina da presa di Kristin Scott Thomas si muove su un terreno squisitamente autobiografico, configurandosi come una terapia di famiglia che cerca una difficile quadratura del cerchio tra il dramma da camera di stampo cechoviano e la commedia sentimentale britannica. I cinefili più attenti non potranno fare a meno di sorridere nel vedere la regista recitare accanto a James Fleet, una reunion che evoca inevitabilmente le atmosfere di Quattro matrimoni e un funerale di Mike Newell, sebbene qui i toni si facciano decisamente più intimi e crepuscolari.
La struttura drammaturgica, orchestrata dalla stessa Scott Thomas insieme a John Micklethwait, mostra le fragilità tipiche delle opere prime, oscillando nella gestione del ritmo e dei registri narrativi. Se l’adozione di inserti animati in bianco e nero, simili a schizzi a matita, per i flashback di Katherine accenna a una felice e originale intuizione lirica per dare corpo al ricordo, il film devia bruscamente e goffamente verso stilemi slapstick nella sottotrama investigativa che coinvolge il personaggio di Sienna Miller. Questa scelta frammenta la fluidità del racconto e ne mina l’armonia d’insieme, così come l’insistenza su alcuni bozzetti comici legati al cognome dello sposo, che sottraggono peso specifico a quello che dovrebbe essere un nucleo tematico centrale: il valore dei nomi che ereditiamo rispetto a quelli che scegliamo.
I movimenti di macchina e la composizione dell’inquadratura si adagiano spesso sui canoni visivi del tipico idillio rurale inglese, un’estetica calda e patinata che rischia a tratti di scivolare nel kitsch da cartolina, edulcorando la reale complessità del lutto profondo e dell’elaborazione dell’assenza paterna. La vera forza dell’opera risiede invece nella sapiente gestione dello spazio attoriale. Scott Thomas dimostra una sensibilità squisita nel dirigere il proprio cast, concedendo generosamente il centro della scena alle sue tre splendide interpreti e trovando il culmine emotivo della pellicola non tanto nel rito nuziale, quanto nel confronto catartico davanti alle tombe dei mariti defunti. È in questo preciso istante, nel dialogo serrato tra madre e figlie sulla necessità di demistificare i fantasmi del passato per poter finalmente vivere il presente, che la messinscena si svincola dalle secche del melodramma convenzionale per abbracciare una sincerità espressiva autentica e graffiante.
