The running man

Il nostro parere

The running man (2025) USA di Edgar Wright


In un’America distopica piegata da una dittatura corporativa, la sopravvivenza dei più deboli è ridotta a intrattenimento televisivo efferato. Ben Richards, un proletario disoccupato e incline all’ira, decide di partecipare allo show più letale del Network, intitolato The Running Man, per guadagnare il denaro necessario a curare la figlia neonata. Sotto lo sguardo cinico del conduttore Bobby T e del produttore Dan Killian, l’uomo deve sfuggire per trenta giorni a spietati cacciatori e droni governativi, supportato solo da una rete clandestina di dissidenti e hacker.


La firma di Edgar Wright evoca immediatamente accostamenti formali precisi, frammentazioni ritmiche e una voracità pop che, in questa nuova trasposizione del testo di Stephen King, cerca un dialogo impossibile con la pura satira politica. Il tentativo di aggiornare il feticcio anni ottanta ai tempi della post-verità digitale e dei deepfake trova una sponda interessante nell’impianto scenografico, capace di restituire la claustrofobia di una società asfittica attraverso una gamma cromatica desaturata, plumbea, spezzata solo dalle luci artificiali.

Tuttavia, questa bulimia del quadro cinematografico finisce per rivelarsi il limite più evidente dell’operazione. Nel comprimere lo spazio del dramma umano per assecondare la velocità dell’azione, la scrittura liquida la parabola dei comprimari con una superficialità che depotenzia la gravità del contesto distopico. Le geometrie dei movimenti di macchina e i tagli netti del montaggio si scontrano con la fragilità di una sceneggiatura che non concede il tempo necessario affinché i dilemmi morali dei personaggi possano sedimentare nello spettatore.

Glen Powell offre una prova fisica basata su una costante contrazione nervosa, ma la sua recitazione manca di quello spessore iconico capace di colmare le lacune emotive di una caratterizzazione bidimensionale. Quando il racconto tenta di farsi tesi politica, celebrando l’eroismo dei moderni whistleblower, la regia accelera ulteriormente il passo verso un epilogo concitato e privo di reale catarsi. L’artificio formale prende il sopravvento sulla critica sociale, trasformando l’opera nell’ennesimo prodotto confezionato da quel sistema spettacolare che, a parole, vorrebbe tanto demolire.

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