La misura della felicità

Il nostro parere

La misura della felicità (2022) USA di Hans Canosa


Il vedovo e disincantato libraio A.J. Fikry affoga la propria solitudine nell’alcol e nel disinteresse per le novità editoriali proposte dalla rappresentante Amelia. La monotonia della sua esistenza viene bruscamente interrotta dal furto di un prezioso volume di Edgar Allan Poe e dal successivo ritrovamento di una bambina abbandonata proprio all’interno della sua libreria. Nel corso degli anni, l’uomo decide di adottare la piccola, legandosi progressivamente anche alla stessa Amelia in un percorso di risalita emotiva. Intorno a loro si muovono le dinamiche di una ristretta comunità insulare, tra indagini poliziesche inconcludenti, drammi familiari e la costante ricerca di un riscatto attraverso l’amore e la letteratura.


Adattare per lo schermo un best-seller amato ed enciclopedico nella sua passione letteraria è un’operazione che richiede un preciso senso della sintassi cinematografica, un elemento che purtroppo sembra latitare in questa pellicola firmata da Hans Canosa. La sceneggiatura, curata dalla stessa autrice del romanzo Gabrielle Zevin, evidenzia il classico paradosso della pagina scritta che si rifiuta di farsi immagine, traducendosi in una struttura episodica che parcellizza la narrazione anziché fluidificarla.

Lo spettatore si trova di fronte a una successione di quadri temporali legati da ellissi narrative sin troppo spregiudicate, dove i salti in avanti di mesi o anni non appaiono come scelte poetiche o di montaggio concettuale, bensì come espedienti per cucire assieme sotto-trame che altrimenti vagherebbero nel vuoto. La macchina da presa adotta un approccio fin troppo passivo, quasi trasparente, che rinuncia a costruire una reale profondità di campo visiva o emotiva, limitandosi a registrare i dialoghi fitti e a tratti stucchevoli dei protagonisti. Questa staticità compositiva svuota l’opera di ogni tensione drammatica, trasformando i potenziali snodi emotivi della vicenda in bozzetti didascalici che ricordano certe produzioni televisive pomeridiane, prive di quella densità formale che il cinema d’autore dovrebbe esigere. Persino l’illuminazione, costantemente sospesa in una via di mezzo tra i toni caldi della commedia romantica e il grigiore autunnale della malinconia, non riesce a farsi veicolo estetico degli stati d’animo, appiattendo la recitazione di un cast altrimenti volenteroso.

Kunal Nayyar e Lucy Hale cercano di infondere una scintilla di genuina vulnerabilità ai rispettivi personaggi, ma i loro sforzi si perdono in un ritmo letargico che dilata scene superflue e liquida in pochi secondi passaggi cruciali dello sviluppo relazionale. Nel tentativo di celebrare il valore terapeutico dei libri e dei legami umani, l’opera finisce per perdersi in un labirinto di deviazioni narrative irrilevanti, pretendendo di commuovere nel finale dopo aver rincorso per un’ora e mezza una coerenza che non è mai riuscita a trovare.

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