Clean up Crew – Specialisti in lavori sporchi

Il nostro parere

Clean up crew – Specialisti in lavori sporchi (2024) USA di John Keeyes


In Irlanda, una squadra di pulizie specializzata in scene del crimine, guidata dalla pragmatica Siobhan e composta dal tormentato Chuck e dalla coppia Alex e Meagan, rinviene una valigetta colma di denaro sporco durante un normale intervento. Il bottino appartiene a Gabriel Barrett, un eccentrico boss malavitoso con la passione per Machiavelli, che non tarda a scatenare una caccia all’uomo spietata. Tra doppi giochi di agenti governativi corrotti e sparatorie caotiche, i quattro netturbini improvvisati si ritrovano invischiati in una spirale di violenza per difendere la refurtiva e la propria vita.


Assistere a The Clean Up Crew è un’esperienza che oscilla tra l’omaggio nostalgico al cinema pulp degli anni Novanta e la deriva nel pastiche privo di una reale identità autoriale. Il regista Jon Keeyes tenta di evocare i fasti della Londra criminale di Guy Ritchie, ma la sua messa in scena appare spesso scoordinata, priva di quella precisione geometrica che rende il caos armonioso. L’incipit in medias res, pur garantendo un ritmo immediato, sacrifica una necessaria costruzione dei personaggi, lasciando che la narrazione proceda per accumulo di tropi piuttosto che per urgenza drammatica. L’uso di split-screen e di inquadrature multiple, che dovrebbero dinamizzare il montaggio e sottolineare la simultaneità delle azioni, si rivela un vezzo estetico estemporaneo, una scelta formale che non riesce a farsi linguaggio coerente e che viene abbandonata con la stessa velocità con cui viene introdotta.

L’interpretazione di Antonio Banderas è un esercizio di gigionismo consapevole; il suo Gabriel Barrett agisce come una macchietta teatrale, un villain che scivola nell’overacting citando il Principe di Machiavelli tra una partita a roulette russa e l’altra. Sebbene questo istrionismo offra momenti di svago, finisce per depotenziare la tensione emotiva, trasformando la minaccia in farsa. Al contrario, la recitazione di Melissa Leo e Jonathan Rhys Meyers cerca di ancorare il film a una gravità che la sceneggiatura fatica a sostenere. La transizione dei protagonisti da umili lavoratori a esperti guerrieri urbani avviene attraverso ellissi psicologiche discutibili, risolte visivamente con ralenti di dubbio gusto e l’ormai inflazionato cliché della reazione fisiologica post-omicidio, che qui assume un sapore di già visto quasi stucchevole. La fotografia, che tenta di mascherare i limiti di budget con un uso eccessivo di luci intermittenti e tagli rapidi durante le sequenze d’azione, restituisce un’immagine sporca ma non sempre funzionale al racconto, lasciando la sensazione di un’opera che insegue una modernità stilistica senza averne pienamente i mezzi o la visione d’insieme.

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