I morti non soffrono

Il nostro parere

I morti non soffrono (2023) USA di Viggo Mortensen


Ambientato nel Nevada degli anni ’60 dell’Ottocento, il film segue la relazione tra Holger Olsen, un immigrato danese diventato sceriffo, e Vivienne Le Coudy, una fioraia franco-canadese dallo spirito indomito. La loro vita tranquilla in un isolato canyon viene sconvolta quando Holger decide di arruolarsi nell’Esercito dell’Unione per combattere la Guerra Civile. Rimasta sola, Vivienne deve sopravvivere ai soprusi di Weston Jeffries, il violento figlio di un potente latifondista locale, mentre la narrazione si dipana su piani temporali sfalsati che intrecciano passato, presente e un futuro segnato dalla perdita.


Con “The Dead Don’t Hurt”, Viggo Mortensen firma un anti-western lirico e impressionista che scarnifica il genere per metterne a nudo il sistema nervoso. Se la sua opera prima, Falling, era un dramma da camera, qui Mortensen espande l’orizzonte ma mantiene la stessa precisione chirurgica nell’indagine psicologica.

La scelta tecnica più audace è senza dubbio il montaggio non lineare. Mortensen, che cura anche la sceneggiatura e la colonna sonora, rifiuta la classica concatenazione di causa-effetto. Il film procede per intuizioni visive, quasi come pennellate su una tela, saltando tra la fanciullezza di Vivienne nelle foreste canadesi e il viaggio elegiaco di Holger con il piccolo Vincent. Questa struttura “sfalsata” non è un mero esercizio di stile, ma riflette la natura della memoria e del trauma: il dolore non segue un calendario, riaffiora quando vuole.

Sotto il profilo tecnico, la fotografia privilegia la luce naturale e una profondità di campo che sottolinea l’isolamento dei personaggi rispetto a una natura maestosa ma indifferente. La colonna sonora, composta dallo stesso regista, evita il trionfalismo epico per adagiarsi su tonalità malinconiche che accompagnano i lunghi silenzi dei protagonisti.

Vicky Krieps è il vero centro gravitazionale della pellicola. La sua Vivienne non è una “eroina femminista” scritta con la sensibilità anacronistica del 2024; è una donna del XIX secolo che esercita la propria resistenza attraverso la dignità e la resilienza. La sua recitazione, fatta di sguardi carichi di speranza che sfuma lentamente nel disincanto, ricorda le grandi muse di Bergman o Troell. Mortensen, dal canto suo, decostruisce l’archetipo dell’eroe alla Eastwood: il suo Holger è un uomo colto, che scrive diari e mostra una tenerezza fisica verso il figlio quasi rivoluzionaria per il genere.

Il film non cerca di compiacere lo spettatore moderno, mantenendo una certa distanza austera che rende i personaggi ancora più reali. È un’opera riflessiva sulla violenza, sulla paternità e sulla corruzione del Sogno Americano (impossibile non leggere nei Jeffries una critica alle dinastie capitalistiche predatorie), che ci ricorda come, alla fine, siano i vivi a dover sopportare il peso dei ricordi. Un western per cinefili che amano i tempi dilatati e le storie che non hanno paura di sostare nel dolore.

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