The life of Chuck

Il nostro parere

The life of Chuck (2024) USA di Mike Flanagan


Strutturato in tre “movimenti” narrati in ordine cronologico inverso, il film si apre su un’apocalisse silenziosa dove il mondo cade a pezzi mentre cartelloni pubblicitari ringraziano un misterioso Charles “Chuck” Krantz per “39 anni splendidi”. Procedendo a ritroso, scopriamo che Chuck è un anonimo contabile la cui vita nasconde picchi di gioia purissima, come un ballo improvvisato per strada, e radici profonde affondate in un’infanzia segnata da perdite, nonni saggi e la premonizione della propria fine. È il ritratto di un uomo che, morendo, porta con sé l’intero universo che ha contenuto.


Dimenticate l’horror viscerale; qui Flanagan mette in scena un’ontologia del quotidiano. Se il cinema è, per definizione, manipolazione del tempo, The Life of Chuck ne è un saggio accademico. La scelta della struttura retrograda non è un mero vezzo stilistico alla Nolan, ma una necessità filosofica: per comprendere l’apocalisse (il macrocosmo), dobbiamo prima assistere alla fine del singolo (il microcosmo).

Tecnicamente, il film brilla per una fluidità di montaggio (curato dallo stesso Flanagan) che cuce insieme registri opposti. Passiamo dal desaturato e angosciante primo atto — dove Chiwetel Ejiofor e Karen Gillan offrono una prova di sottrazione ammirevole — alla vitalità esplosiva del segmento centrale. Qui, la sequenza del ballo con Tom Hiddleston è un pezzo di bravura coreografica e tecnica: la macchina da presa si muove con un dinamismo che omaggia il musical classico (da Cantando sotto la pioggia a All That Jazz), trasformando un marciapiede in un palcoscenico cosmico.

La fotografia di James Kniest lavora su palette cromatiche distinte per ogni “movimento”, evolvendo da toni lividi a caldi bagliori ambrati che richiamano l’estetica di certi lavori di Spielberg o del primo Weir. Nota di merito per il cast: se Hiddleston è il magnete emotivo, Mark Hamill regala una performance di una tenerezza crepuscolare che commuove senza mai scivolare nel patetismo.

Forse il film eccede talvolta in didascalismo ma è un peccato veniale. The Life of Chuck è un’opera profondamente umanista, un “cine-prisma” che ci ricorda come ogni individuo sia un archivio infinito di sensazioni. Un film che non si limita a raccontare una storia, ma che sembra voler abbracciare lo spettatore, sussurrandogli che, nonostante l’inevitabile dissolvenza in nero, il ballo è valso il biglietto.

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