Wolf man
Wolf man (2025) USA di Leigh Whannell
Dopo il successo de “L’Uomo Invisibile”, Leigh Whannell torna a confrontarsi con i mostri classici. Blake, uno scrittore e padre di famiglia, torna con la moglie Charlotte e la figlia Ginger nella baita isolata del padre, da poco dichiarato morto. Un incidente notturno nei boschi e un graffio da parte di una misteriosa creatura innescano in lui una terrificante trasformazione. Mentre la bestia interiore prende il sopravvento, la famiglia si ritrova intrappolata, costretta a lottare per la sopravvivenza non contro un mostro esterno, ma contro colui che dovrebbe essere il loro protettore.
Erano passati cinque anni dal memorabile “L’Uomo Invisibile”, opera con cui Leigh Whannell aveva dimostrato di saper rileggere i classici dell’orrore con acume e profondità psicologica , trasfigurando il mostro di H.G. Wells in una potentissima metafora della violenza di genere e dell’abuso narcisistico. L’attesa per il suo “Wolf Man” era carica di aspettative per gli amanti del genere: si immaaginava un’altra decostruzione del mito, un’indagine nelle radici primordiali della violenza maschile. Purtroppo, il risultato è un’opera che esiste in un limbo frustrante tra l’occasione mancata e il thriller di maniera, un ululato strozzato a metà.
Intendiamoci, il talento di Whannell alla macchina da presa è a tratti ancora visibile. Il film, una volta innescata l’azione, segue i canoni della tragedia classica con una ferrea unità di luogo e di tempo, trasformando la baita in un’arena claustrofobica. Il regista si diverte visibilmente nelle sequenze di trasformazione, dove un body horror che omaggia palesemente il Cronenberg de “La Mosca” – con unghie che si staccano e denti che si ribellano – regala i brividi più genuini. Ma è proprio quando il film dovrebbe spingere sull’acceleratore della tensione che l’apparato tecnico tradisce le premesse. La fotografia di Stefan Duscio è talmente sottoesposta da risultare quasi parodistica, un buio che non crea atmosfera ma confusione, annullando la geografia della scena e depotenzializzando i jump scare. Persino le scene d’azione più concitate, come un potenziale duello tra licantropi, sono soffocate da un montaggio frammentario che ne annulla l’impatto viscerale.
Il vero problema, però, risiede in una sceneggiatura che flirta con temi importanti senza mai avere il coraggio di affondare il morso. L’idea del trauma familiare, della violenza atavica che si trasmette di padre in figlio, è un’intuizione potente ma resta un semplice abbozzo, un pretesto narrativo che non viene mai sviscerato. Di conseguenza, anche il cast ne risente. Vedere un talento cristallino come Julia Garner, indimenticabile in “Ozark”, apparire spaesata e alla deriva, costretta a dar vita a un personaggio bidimensionale e privo di qualsiasi spessore, è la delusione più cocente.
“Wolf Man” non è un disastro completo, ma un’opera svogliata, quasi un obbligo contrattuale più che un progetto nato da una reale urgenza artistica. Whannell cerca la bestia primordiale che è in noi, ma finisce per trovare solo un animale ferito, incapace di mordere davvero. E per chi, cinque anni fa, aveva visto l’invisibile diventare terrificante metafora del reale, è una sconfitta che lascia l’amaro in bocca.
