Acqua e sapone
Acqua e sapone (1983) ITA di Carlo Verdone
Un giovane precario si finge un teologo per dare lezioni private a una modella straniera appena arrivata a Roma. Tra equivoci e goffaggini, la ragazza scopre l’inganno ma finisce per essere attratta dalla semplicità del ragazzo, desiderosa di fuggire dal mondo patinato della moda. La madre della modella e le diverse prospettive di vita metteranno però a dura prova questo insolito legame.
Nella giungla dei film italiani anni ’80 spunta questa pellicola di Verdone, un po’ ibrida, indecisa se fare la commedia sguaiata o il racconto più intimo. L’idea di Verdone di travestirsi da prete per intascare qualche soldo extra strappa più di un sorriso, anche se a tratti ricorda clichè della commedia all’italiana degli anni sessanta. Però, diciamocelo chiaramente, la comicità qui non ha la finezza di un Borotalco. Ci sono momenti che sembrano usciti direttamente da un film di Bud Spencer e Terence Hill, con rumori e battutine sussurrate che non sempre si sposano alla perfezione con lo sviluppo della storia.
La seconda parte del film, quando la maschera del finto religioso cade, acquista un’intensità diversa. Le dinamiche tra il bidello improvvisato e la modella spaesata si fanno più delicate, quasi adolescenziali. Sembra quasi di assistere a un incontro tra due mondi opposti che, nella loro ingenuità, trovano un inaspettato punto di contatto. E proprio in questo contesto più intimo e meno costruito arriva la mitica battuta sulla “seconda” tazza, un vero spasso.
Certo, qua e là si notano alcune ingenuità narrative e una certa fretta nel risolvere la trama. Il mondo della moda viene tratteggiato in modo un po’ superficiale, quasi fosse un pretesto per mostrare il divario tra i protagonisti. Però, nel complesso, l’opera ha dei momenti poetici, soprattutto nel finale malinconico con il protagonista e i suoi amici che guardano gli aerei decollare, quasi a simboleggiare amori e opportunità in partenza.
A livello di interpretazioni, Verdone fa il suo e sora Lella è una garanzia; peccato per la Hovey, a volte un po’ inespressiva, nonostante la sua angelica bellezza che tanto piaceva al regista. La colonna sonora con pezzi degli Stadio e di Vasco Rossi è un bel valore aggiunto. Insomma, un film che non sarà un capolavoro, ma che si lascia guardare con qualche risata e un pizzico di nostalgia per gli anni ’80.
