Reagan – Un presidente sotto i riflettori
Reagan – Un presidente sotto i riflettori (2024) USA di Sean McNamara
La pellicola si propone di ripercorrere la vita di Ronald Reagan, dall’infanzia ai fasti della presidenza, ma lo fa con un twist narrativo così originale da farti cadere la mascella: il tutto è filtrato attraverso lo sguardo ammaliato di un’ex spia del KGB, tal Viktor, che da acerrimo nemico si trasforma nel suo più grande fan. Un vero colpo di genio, non c’è che dire. Si parte con un Reagan già presidente, fresco di battuta post-attentato, per poi fare un salto nel passato e scoprire come un bimbo di Dixon, Illinois, sia diventato l’uomo che ha sconfitto il comunismo, salvato fanciulle dall’annegamento (77, pare!) e inventato l’economia “a cascata” (quella che, guarda caso, nella realtà non ha mai funzionato). Ah, e ovviamente, ogni sua mossa è stata voluta dal “piano divino”, come insegnatogli dalla mamma pia.
Ora, mettiamo subito le cose in chiaro: “Reagan” non è un film, è un’operazione di beatificazione su pellicola. È così sbilanciato che perfino un cieco noterebbe la palese parzialità. Non aspettatevi un’analisi approfondita di un presidente che, per quanto amato o odiato, ha lasciato un segno. Qui il caro Ronnie è una sorta di supereroe infallibile, un messia del libero mercato e della libertà, che non sbaglia un colpo e, se lo fa, è per un “oops” o perché vittima delle circostanze. L’Iran-Contras? Bazzecole, un piccolo incidente di percorso. Le critiche, i fallimenti, le zone d’ombra? Svaniti nel nulla, come per magia.
Il problema non è solo l’eccessivo agiografismo, che rende il racconto piatto e prevedibile. È anche la scelta di un espediente narrativo talmente ridicolo da compromettere ogni briciolo di credibilità: l’agente del KGB che lo venera come un idolo. Ma seriamente? Siamo nel 2024, il pubblico non è più così sprovveduto da bersi una storia che sembra uscita da un B-movie di propaganda.
Poi c’è il lato tecnico, che non fa che peggiorare il quadro. Il budget non sembra essere stato stellare, e si vede. La fotografia è piatta, le scene sono mal illuminate, e il tutto sa terribilmente di “film per la TV del pomeriggio”. Quelle scene del cimitero, poi, sono di un finto che fa quasi tenerezza. La regia di Sean McNamara è scolastica e priva di qualsiasi inventiva, tanto che il ritmo ne risente pesantemente e la visione diventa una vera e propria fatica. Il dialogo è legnoso, a tratti imbarazzante, e gli attori, pur con le migliori intenzioni (Dennis Quaid che cerca di imitare le movenze e la parlata di Reagan e Penelope Ann Miller che dà vita a una Nancy adorante), crollano irrimediabilmente nella più totale mediocrità dovuto, chissà, forse anche all’imbarazzodi fronte ad una sceneggiatura così desolante.
“Reagan” è un film che non solo fallisce nel compito di raccontare la vita di una figura storica complessa, ma lo fa con una supponenza e una mancanza di rigore tali da renderlo quasi comico. È un’operazione di revisionismo storico a cielo aperto, un monumento all’incapacità di accettare le sfumature e le imperfezioni di un personaggio pubblico, ispirato probabilmente dall’aria che tira in America oggi dove, in modo assolutamente patetico, l’adorazione per Trump è specchio dei tempi.
