Prophecy
Prophecy (2025) ITA di Jacopo Rondinelli
Un’idea geniale, un software rivoluzionario, e quindici secondi per convincere un magnate degli affari: questa la ricetta di Prophecy. Peccato che la dimostrazione vada storta e il software, che prevedeva l’andamento del mercato azionario, non funzioni. Sei mesi dopo, il povero Giona si ritrova a consegnare cibo, scoprendo con orrore che quel tizio losco si è intascato la loro invenzione e sta facendo i soldi a palate. Insieme all’amico Ade, decide di vestire i panni di Paperboy, un giustiziere mascherato che si occupa di raddrizzare i torti online. Il loro obiettivo? Far confessare l’imprenditore senza scrupoli. Ma la cosa prende una brutta piega e il cattivo di turno finisce in coma. Nel frattempo, l’ispettrice Erika Mari indaga, mentre i due eroi per caso cercano di reclutare nuovi adepti per la loro crociata.
Ah, Prophecy! Questo film ci trascina in un vortice di buoni propositi, ispirato all’omonimo manga di Tetsuya Tsutsui, ma finisce per inciampare su se stesso con una certa grazia. La pellicola vorrebbe essere un pugno nello stomaco alle ingiustizie sociali, un grido di ribellione contro i poteri forti e un’analisi delle potenzialità (e dei pericoli) delle nuove tecnologie, ma a conti fatti, lascia l’amaro in bocca più che la voglia di scendere in piazza.
La trama, pur partendo da spunti interessanti come il precariato dei rider e il potere amplificatore dei social, si snoda con una linearità che rasenta la prevedibilità. Ci si aspetterebbe una tensione che ti tenga incollato allo schermo, ma invece ci si ritrova spesso in un mare di calma piatta. I momenti in cui la narrazione ingrana la marcia sono pochi e distanziati, e il ritmo generale sembra un’altalena che oscilla tra il “forse ci siamo” e il “ah, peccato”.
Parliamo poi della recitazione: a volte sembra che gli attori siano stati catapultati sul set all’improvviso, con battute enfatiche che suonano più come un proclama che come un dialogo sincero. Damiano Gavino, nel ruolo di Paperboy, purtroppo non riesce a dare la giusta profondità a un personaggio che dovrebbe essere iconico. Si avverte una certa piattezza, una bidimensionalità che non permette di affezionarsi o di empatizzare con le sue gesta da giustiziere mascherato. Sembra quasi che l’idea del supereroe sia rimasta sulla carta, senza mai prendere vita pienamente sullo schermo. E quando il film decide finalmente di accendere il motore, con l’incontro tra l’ispettrice e il protagonista, la partita è già compromessa: siamo ben oltre la metà e la tensione si fa desiderare da troppo tempo.
Certo, un plauso va al coraggio di Brandon Box e al regista Jacopo Rondinelli per aver provato a portare sul grande schermo un manga poco conosciuto in Italia. È ammirevole il tentativo di osare, di esplorare strade meno battute nel panorama cinematografico italiano. E Rondinelli, con la sua esperienza nei videoclip e il suo tocco “pop”, avrebbe potuto fare scintille. Peccato che il mix di action-comedy e thriller metropolitano non riesca mai a decollare del tutto, e la sceneggiatura, pur toccando tematiche attuali, non scava mai a fondo, restando sempre in superficie. È come se si fosse entrati in campo senza un’idea chiara di gioco, con una regia che ondeggia tra un cyber-noir alla Mr. Robot (ereditato dal manga) e una commedia all’italiana stile Smetto quando voglio, senza mai trovare una quadra convincente. La gestione dell’hacking, per esempio, è trattata con una leggerezza che farebbe storcere il naso a qualsiasi smanettone che si rispetti.
Insomma, Prophecy ha il merito di aver provato a fare qualcosa di diverso, ma alla fine si è rivelato un’occasione mancata, un po’ come quella startup fallita dopo quindici secondi.
