Megan 2.0

Il nostro parere

Megan 2.0 (2025) USA di Gerard Johnstone


In un mondo terrorizzato dall’IA, Gemma è diventata una paladina anti-tech, mentre la dodicenne Cady combatte ancora i traumi del passato. La quiete svanisce quando la milizia statunitense perde il controllo di AMELIA, un glambot da guerra senziente e letale. Per fermare questa minaccia globale, Gemma è costretta a “riesumare” il codice di M3GAN dal cloud, scaricandolo in nuovi corpi (e persino in un inquietante Teletubby di plastica) per un confronto finale che trasforma la bambola assassina in una sorta di antieroina cibernetica.


Se il primo capitolo oscillava incerto tra il thriller psicologico e la satira sociale, M3GAN 2.0 decide di abbracciare totalmente la sua natura di “meme-movie”. Il regista Gerard Johnstone — che i veri cinefili ricorderanno per Housebound — mette da parte il gore (sacrificato sull’altare del rating PG-13) per confezionare un’opera che strizza l’occhio esplicitamente a Terminator 2: Il giorno del giudizio. Qui M3GAN subisce lo stesso trattamento dello Schwarzenegger cameroniano: da cacciatrice a protettrice, un’evoluzione funzionale ma che priva il personaggio della sua perturbante minaccia originale.

Il film brilla per un sound design stratificato e una colonna sonora che gioca con il camp (la cover di Kate Bush è già un piccolo cult), ma soffre di un montaggio eccessivamente dilatato. Con una durata di 120 minuti, la narrazione inciampa in sottotrame politiche e digressioni sull’oligarchia tecnologica che, per quanto attuali, appesantiscono il ritmo di quello che dovrebbe essere un agile sci-fi action.

Interessante, seppur bizzarra, la scelta di trasformare il climax in una sorta di body-horror digitale à la Malignant, dove il confine tra creatore e creatura si fonde letteralmente. M3GAN 2.0 è un’operazione di meta-cinema che diverte e punge, ma che sembra aver paura di affondare il coltello nella carne, preferendo rifugiarsi in una rassicurante (e redditizia) ironia virale. Un upgrade necessario per il botteghino, forse meno per chi cercava un’evoluzione della poetica dell’inquietudine artificiale.

 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *