Il professore e il pinguino

Il nostro parere

Il professore e il pinguino (2024) UK di Peter Cattaneo


Argentina, 1976. Tom Michell è un disilluso professore di letteratura inglese presso un prestigioso collegio maschile, proprio mentre il paese scivola nel baratro della dittatura militare. Durante una breve fuga in Uruguay, per pura casualità e un briciolo di vanità, salva un pinguino rimasto intrappolato in una chiazza di petrolio. L’animale, battezzato Juan Salvador, si rifiuta di abbandonarlo seguendolo fin dentro le mura dell’istituto; qui, tra lezioni di poesia e la crescente repressione della “Guerra Sporca”, il bizzarro pennuto diventerà il catalizzatore emotivo per il risveglio morale di un uomo troppo a lungo rimasto a guardare la storia scorrere dalla finestra.


Il film si presenta come un’opera di un anacronismo quasi spiazzante. Cattaneo tenta un’operazione complessa: innestare una commedia di formazione dal sapore squisitamente britannico — fatta di understatement e tempi comici asciutti — sul terreno accidentato di uno dei periodi più oscuri del Sudamerica del XX secolo.

Il lavoro di montaggio è lodevole nel dare vita a Juan Salvador. Il pinguino non è un prodotto della CGI posticcia, ma un mix di riprese dal vero e interazioni organiche che restituiscono una fisicità tangibile. Il montatore riesce a cucire con sapienza gli sguardi del volatile con i primi piani di un Steve Coogan sempre ottimonel sottrarre, rendendo credibile un rapporto che, sulla carta, rischierebbe il ridicolo. Tuttavia, è proprio nella gestione del registro che il film rivela la sua fragilità strutturale.

La fotografia adotta toni caldi e rassicuranti all’interno del collegio, quasi a voler creare un’oasi atemporale alla L’attimo fuggente, contrapponendoli alla desaturazione degli esterni urbani dove i desaparecidos vengono inghiottiti dal nulla. Questa dicotomia visiva però non sempre comunica efficacemente. La regia di Cattaneo indugia su gag da commedia classica, come il pinguino nascosto faticosamente in una borsa o gli squittii fuori tempo massimo, che finiscono per stridere con la ferocia della giunta militare mostrata a sprazzi. Allo stesso modo, il copione di Jeff Pope tenta di nobilitare la figura del pinguino elevandolo a metafora di resilienza e purezza, ma rischia di utilizzare il dramma collettivo argentino come un semplice fondale decorativo per il “viaggio dell’eroe” del protagonista.

Se il film non affonda sotto il peso della sua stessa ingenuità, è merito delle interpretazioni. Jonathan Pryce regala una prova di classe nel ruolo del preside Buckle, muovendosi con una compostezza che nasconde un terrore istituzionalizzato. Le attrici argentine, come Vivian El Jaber, apportano quel peso di realtà necessario a ricordare allo spettatore che, fuori dai corridoi della scuola, la storia sta scrivendo pagine di sangue. È una pellicola tecnicamente curata e recitata con il cuore, ma che soffre di una certa pigrizia etica, preferendo la carezza consolatoria alla riflessione graffiante sulla complicità e il silenzio. 

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