Arrivano i bersaglieri
Arrivano i bersaglieri (1980) ITA di Luigi Magni
Siamo nel settembre del 1870 e le truppe dei bersaglieri premono alle porte di Roma. Mentre il potere temporale del Papa vacilla, il principe Don Prospero di Sant’Agata si barrica nel suo palazzo, rifiutando di accettare la fine di un’epoca e ignorando che suo figlio Urbano è caduto in battaglia vestendo proprio la divisa dei piemontesi. In un intreccio di equivoci e tradimenti, il principe ospita inconsapevolmente l’assassino del figlio, un ufficiale borbonico, mentre la moglie Costanza e la servitù cercano cinicamente di adattarsi al nuovo ordine sabaudo.
Luigi Magni torna a frequentare i territori a lui più cari con una pellicola che vibra di quel sarcasmo anticlericale e di quella malinconia capitolina che avevano già decretato il successo delle sue opere precedenti. Arrivano i bersaglieri si muove lungo il sottile crinale che separa la farsa dal dramma storico, costruendo una messa in scena che sfrutta la profondità degli interni di un palazzo nobiliare per riflettere lo sgretolamento di un intero sistema valoriale. La macchina da presa di Magni indugia sui volti e sugli ambienti con una consapevolezza teatrale, dove ogni inquadratura sembra voler catturare il polvere di un mondo che scompare sotto i colpi di cannone di Porta Pia.
Il ritmo della narrazione beneficia del montaggio di Ruggero Mastroianni, capace di dare dinamismo a una vicenda che si svolge quasi interamente in unità di luogo. Nonostante una sceneggiatura che indulge nel bozzetto, l’opera trova una sua compattezza estetica grazie alla sapiente gestione dei chiaroscuri, che sottolineano l’isolamento quasi autistico di Don Prospero. Ugo Tognazzi offre una prova di misura, lavorando sulle sottrazioni e su una mimica che comunica un disincanto tragico, trasformando il suo principe in una sorta di Salina meno nobile e più viscerale, ancorato a un passato che la storia sta già archiviando come polveroso reperto.
L’interazione tra i personaggi è sorretta da un contrappunto sonoro firmato da Armando Trovajoli, le cui melodie sottolineano l’ironia amara delle situazioni senza mai sovrastare il parlato, che resta il vero motore dell’azione. Spicca, in questo carosello di trasformismo, la figura di Nunziatina interpretata da Giovanna Ralli: il suo personaggio non è solo una spalla, ma rappresenta il fulcro di una saggezza popolare che osserva con sorniona distanza le velleità dei potenti. La forza del film risiede proprio in questa capacità di mescolare la grande storia con le piccolezze umane, dove l’ambizione edilizia della principessa Costanza anticipa con inquietante precisione i futuri sventramenti della capitale.
Sebbene il finale scivoli verso un melodrammatismo forse troppo marcato rispetto alla brillantezza satirica della prima parte, l’opera rimane un saggio prezioso su come il cinema possa rileggere il Risorgimento senza la retorica dei libri di scuola. Magni ci consegna un ritratto di un’Italia nata sotto il segno dell’opportunismo e del compromesso, dove il fumo delle sigarette dei nuovi ufficiali si mescola all’incenso di una Chiesa che, pur perdendo il trono, non perde il vizio del comando.
