Alien Romulus

Il nostro parere

Alien Romulus (2024) USA di Fede Alvarez


Un gruppo di lavoratori interstellari scopre una stazione spaziale abbandonata e decide di saccheggiarla per fuggire da un destino di fatica senza fine. Ma l’incontro con creature letali trasforma la missione in un incubo di sopravvivenza. Tra tradimenti, un androide con una coscienza ambigua e un’ambientazione claustrofobica, la lotta per la vita si fa sempre più disperata.


“Alien: Romulus” è un film che, se visto con le giuste aspettative, riesce a intrattenere e a offrire qualche spunto interessante. Il problema principale è il confronto inevitabile con i capolavori di Ridley Scott, un paragone che però risulta improprio: Romulus non è un film di fantascienza con elementi horror, ma piuttosto un horror ambientato nello spazio. La struttura narrativa è quella classica del genere: un gruppo di giovani protagonisti si trova a dover sopravvivere contro un’entità letale che li elimina uno dopo l’altro. Se si accetta questo archetipo, il film guadagna una sua dignità e si inserisce in una tradizione cinematografica consolidata, più vicina agli slasher che alla tensione esistenziale di Alien.

Visivamente, Fede Alvarez dimostra una discreta abilità nella messa in scena. Le scenografie sono dettagliate e restituiscono un senso di vissuto che rende credibile l’ambientazione, anche se non raggiungono la claustrofobia opprimente del film originale. Alcune sequenze d’azione, come la fuga dai Facehugger o il combattimento nell’ascensore, sono ben orchestrate e dimostrano una solida conoscenza del ritmo cinematografico. Tuttavia, il film si appoggia troppo a citazioni e riferimenti ai capitoli precedenti della saga, senza sviluppare una vera identità propria.

Anche i personaggi, pur interpretati dignitosamente da Cailee Spaeny e David Jonsson, risultano funzionali più che memorabili. La protagonista Rain ha una buona caratterizzazione, ma segue un percorso già visto troppe volte, mentre l’androide Andy introduce qualche spunto interessante senza mai essere davvero sfruttato a fondo.

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