Jumpers – Un salto tra gli animali

Il nostro parere

Jumpers – Un salto tra gli animali (2026) USA di Daniel Chong


Mabel Tanaka è una diciannovenne ribelle, cresciuta con l’insegnamento ecologista della nonna e determinata a proteggere una radura incontaminata dalle mire edilizie del sindaco Jerry Generazzo. Quando scopre che la sua professoressa, Samantha Fairfax, ha sviluppato una tecnologia sperimentale in grado di trasferire la coscienza umana all’interno di un castoro robotico stampato in 3D, la ragazza decide di utilizzare il dispositivo per infiltrarsi tra la fauna locale. Nei panni del roditore cibernetico, Mabel impara a comprendere il linguaggio degli animali, stringe amicizia con il bizzarro sovrano dei mammiferi George e cerca di orchestrare una coalizione tra tutte le specie del bosco per ripopolare la riserva, nel disperato tentativo di bloccare definitivamente i lavori di demolizione e salvare la natura.


Concepito da Daniel Chong e sceneggiato insieme a Jesse Andrews, Jumpers si inserisce nel solco di quella tradizione che vede il colosso dell’animazione esplorare universi concettuali apparentemente assurdi per scarnificarne le implicazioni etiche e relazionali. Il canovaccio rievoca esplicitamente il ribaltamento prospettico e il mimetismo biologico già ampiamente codificati dal cinema di fantascienza contemporaneo, giocando con l’idea di un avatar faunistico per orchestrare un apologo ecologista sulla necessità della coesistenza. Il meccanismo narrativo si sviluppa su una dialettica che contrappone l’elaborazione del lutto e la rabbia giovanile della protagonista all’iperbolico cinismo della speculazione urbana, inserendo nel tessuto della vicenda dotti richiami cinefili che spaziano dalle auto-citazioni interne allo studio, come il fugace omaggio tartarugesco a Alla ricerca di Nemo, fino a riscritture allegoriche dei rituali di successione de Il re leone.

Se l’architettura formale della pellicola restituisce la consueta perizia materica dei laboratori digitali, dove la restituzione organica della vegetazione e i fluidi idrodinamici dei corsi d’acqua dialogano felicemente con un character design che mima il contrasto tra l’artificio meccanico e l’anatomia animale, il film sceglie deliberatamente la via della commedia slapstick e del nonsense ritmico a scapito della densità drammatica. La progressione drammaturgica tende a sacrificare la consueta, rigorosa coerenza logica interna dei mondi pixariani per scivolare verso una coralità convulsa, dove le dinamiche vengono risolte attraverso gag fisiche e soluzioni di scrittura che guardano più alla fruizione familiare che all’ambizione strutturale dei grandi capolavori del passato. L’esito finale si assesta su un intrattenimento innegabilmente godibile, impreziosito dalle eccentricità caricaturali dei comprimari, che tuttavia preferisce la rassicurante armonia di una favola comunitaria alla destabilizzante profondità emotiva che un tempo definiva lo standard dello studio. Un’opera che accarezza lo sguardo con indubbio brio e un pizzico di magia ecologica, pur muovendosi entro binari creativi ampiamente consolidati e privi di reale audacia espressiva.

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