Nemico pubblico
Nemico pubblico (2009) USA di Michael Mann
Nell’America della Grande Depressione, il celebre rapinatore di banche John Dillinger colleziona colpi spettacolari ed evasioni rocambolesche, diventando un idolo popolare. A contrastare la sua ascesa e quella della sua banda interviene l’agente federale Melvin Purvis, incaricato da J. Edgar Hoover di sperimentare i neonati metodi scientifici del Bureau. Tra sparatorie feroci e il profondo legame con la giovane Billie Frechette, la caccia all’uomo si stringe attorno a Dillinger, segnando inesorabilmente il tramonto di un’intera epoca criminale.
Con Public Enemies, Michael Mann compie un’operazione teorica di straordinario fascino che riconfigura i canoni del genere gangsteristico, inserendosi perfettamente in quella personale enciclopedia dell’epica maschile che il regista Chicagoano compila da quarant’anni. Fin dai tempi di Heat, il cinema di Mann non si limita a raccontare storie di guardie e ladri, ma mette in scena una vera e propria ontologia del professionismo, dove l’identità dell’individuo coincide totalmente con il proprio saper fare. In questo biopic storico, il regista radicalizza tale assunto, rifiutando programmaticamente le lusinghe del melodramma classico e della nostalgia per concentrarsi sulla pura fenomenologia del gesto. Dillinger viene presentato come un dato di fatto, un uomo privato di un’indagine psicologica retrospettiva o di traumi infantili esplicativi; esiste solo nell’atto presente della pianificazione del colpo, incarnando un individualismo selvaggio e rurale che si scontra frontalmente con la nascente modernità burocratica delle istituzioni.
Il fulcro dell’opera risiede nella precisa volontà di demistificare l’epopea degli anni trenta attraverso un cortocircuito estetico spiazzante. L’adozione della tecnologia digitale ad alta definizione, con la sua resa iperrealista, profonda e talvolta sporca nei movimenti della macchina a mano, non risponde a una sterile sperimentazione tecnologica, ma si configura come una precisa scelta poetica. Abbandonando la morbidezza e la patina romantica della pellicola tradizionale, Mann annulla la distanza temporale che ci separa dal 1934, proiettando lo spettatore in una contemporaneità immediata e quasi documentaristica. Questa tessitura visiva così nitida e priva di filtri trasforma le celebri sequenze delle sparatorie, come quella di Little Bohemia, in eventi di una violenza sonora e cinetica impressionante, dove il caos reale prende il sopravvento sulla coreografia spettacolare.
Questa collisione tra antico e moderno si riflette sul piano squisitamente contenutistico e citazionistico. Mann mappa la fine di un’era: Dillinger è l’ultimo eroe romantico di un gangsterismo primordiale e coreografico, ormai schiacciato sia dalla razionalizzazione scientifica dei G-Men di Hoover, sia dalla trasformazione delle organizzazioni criminali in strutture societarie che non tollerano più le intemperanze dei singoli. La frizione teorica più potente del film emerge nella sequenza all’interno del Biograph Theater, dove Dillinger osserva Clark Gable recitare in Manhattan Melodrama. Il sorriso che si dipinge sul volto di Johnny Depp è un momento di metacinema sublime: il gangster reale specchia se stesso nella sua idealizzazione divistica codificata dalla Warner degli anni trenta, consapevole che la finzione hollywoodiana glorifica una morte improvvisa che per lui sta per farsi carne e asfalto sul marciapiede a pochi metri di distanza. Mann instaura così un dialogo fitto con la tradizione classica del genere, ma ne ribalta il senso profondo. Laddove John Ford suggeriva di stampare la leggenda quando questa supera il fatto, Mann fa l’esatto contrario, restituendoci persino i reali colori dell’abito della donna in rosso per ricordarci che la caduta di un mito avviene sempre nel fango della realtà, privando lo spettatore di una facile catarsi emotiva per costringerlo a misurarsi con la solitudine profonda di un uomo condannato a abitare il proprio destino fino all’estremo limite.
