Come ti muovi, sbagli
Come ti muovi, sbagli (2025) ITA di Gianni Di Gregorio
Un professore di letteratura in pensione si gode la sua ordinaria e pacifica routine romana tra le chiacchiere al bar con gli amici, il corteggiamento sfuggente della bella Giovanna e i rimbrotti di un maggiordomo fin troppo pignolo. Questo microcosmo ovattato viene improvvisamente scosso dal ritorno inatteso dalla Germania della figlia Sofia, separatasi dal marito Helmut dopo averne scoperto l’infedeltà. Accompagnata dai due caotici figli, la donna si stabilisce dal padre, trasformando l’ordinata dimora del professore in un’anarchica e rumorosa comune. Mentre il nonno si ritrova suo malgrado a fare da babysitter a tempo pieno sacrificando la propria libertà, Helmut intraprende un bizzarro pellegrinaggio a piedi attraverso le Alpi, accompagnato da un lupo selvatico, nel disperato tentativo di raggiungere Roma e farsi perdonare.
Il cinema di Gianni Di Gregorio ha sempre posseduto la dote rara di una gentilezza d’altri tempi, una dote che in questo lavoro si traduce in una partitura geometrica di spazi e affetti. La messinscena instaura fin da subito un dialogo strettissimo tra l’architettura domestica e la progressione drammatica: la mdp di Maurizio Calvesi organizza inquadrature inizialmente nitide, statiche e bilanciate, specchio perfetto dell’isolamento senile del protagonista, per poi lasciare che il montaggio e la composizione del quadro si affollino progressivamente, saturati dall’irruzione degli oggetti e dei corpi dei nipoti. Questa trasformazione della casa da museo della solitudine a spazio della condivisione non è un semplice espediente narrativo, ma il fulcro di una riflessione estetica sulla terza età che rifiuta sia il patetismo sia la farsa.
La scrittura, firmata dal regista insieme a Marco Pettenello, rivela la sua natura più stratificata proprio nei nodi testuali che legano l’opera alla storia del cinema. Se la presenza della figlia Sofia — un’ottima Greta Scarano — funge da catalizzatore realistico, è nei dettagli che si annida la cinefilia più pura. Il professore guarda in televisione Un dollaro d’onore di Howard Hawks, e quel capolavoro del 1959 non è una citazione sterile: l’ostinato stoicismo dei personaggi hawksiani, unito all’idea di una comunità ristretta che si protegge a vicenda, diventa la chiave di lettura dell’intero agire del protagonista. C’è una spontaneità quasi domestica in questo rimando, simile a quella dello spettatore che ritrova un vecchio classico alla televisione e vi si rifugia.
Tuttavia, la pellicola sceglie di rischiare lo scarto tonale più evidente nella sottotrama legata al viaggio di Helmut. Di Gregorio flirta consapevolmente con la suggestione herzoghiana del viaggio, inserendo sequenze montane e l’incontro astratto con un lupo che spezzano il respiro della commedia urbana per lambire il documentario naturalistico. È un contrappunto visivo audace, forse non del tutto amalgamato con la fluidità della commedia principale, che talvolta rischia di apparire come una metafora troppo ingenua del senso di colpa maschile, ma che testimonia la volontà di non adagiarsi su formule prestabilite.
La forza del film risiede proprio in un equilibrio formale, capace di far coesistere la malinconia del tempo che fugge con una sottile ironia, dimostrando che l’anarchia degli affetti, pur privandoci della nostra agognata quiete, rimane l’unico vero antidoto all’invisibilità.
