Giulio Regeni – Tutto il male del mondo
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo (2026) ITA di Simone Manetti
A dieci anni dal brutale assassinio del ricercatore friulano al Cairo, l’opera ripercorre la drammatica vicenda e i successivi depistaggi istituzionali attraverso i materiali del processo avviato a Roma nel 2024 contro quattro agenti della National Security egiziana. Tra interviste esclusive ai genitori Claudio e Paola e all’avvocata Alessandra Ballerini, il racconto si focalizza sul nucleo intimo della ricerca universitaria di Giulio sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti. L’indagine cinematografica esplora i mercati caotici e le periferie egiziane, stringendosi attorno a un video sotterraneo registrato per incastrarlo, che testimonia la sua dirittura morale prima dell’abisso.
Accostarsi a un’opera di tale densità civile e formale lascia adito a una profonda perplessità extra-cinematografica, ampiamente cavalcata dalle cronache giornalistiche recenti: risulta francamente incomprensibile e grave l’esclusione di questo progetto dai finanziamenti statali, una miopia istituzionale che stona di fronte al rigore e all’urgenza dell’operazione. Simone Manetti, insieme agli sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi, decide di non firmare una semplice cronaca giudiziaria o un’agiografia postuma, ma sceglie la via ben più complessa dell’immersione teorica ed estetica nei territori opachi della post-verità. Il lavoro si inserisce in una precisa e coerente traiettoria autoriale di rielaborazione dell’archivio, che dal privato di Pippa Bacca alla cronaca ufficiale di Marta Russo, cerca da sempre di far parlare le immagini oltre la loro contingenza storica, catturandone i sedimenti e le eco nascoste.
L’esperienza spettatoriale è dominata da una costante e voluta sensazione di asfissia e disorientamento. Questo risultato estetico non è casuale, ma discende direttamente da una precisa scelta formale nell’articolazione dei materiali visivi: una stratificazione pressante di immagini sgranate, riprese amatoriali storte e inquadrature rubate, provenienti dai canali della propaganda di al-Sisi o dai meandri del web. Questa frammentazione materica e questa oscurità dell’immagine non sono orpelli stilistici, ma la traduzione formale della paranoia e del complotto che hanno progressivamente cinto Regeni al Cairo, dove ogni chiave di lettura del reale si rivelava fallace e menzognera.
Sul piano delle ascendenze cinematografiche, la memoria corre immediatamente alla lezione imprescindibile di Errol Morris con La sottile linea blu e a Collectiv di Alexander Nanau per la capacità di tessere diverse linee narrative. L’estetica del frammento serve a esporre l’intangibilità del potere, resa qui ancora più drammatica dal montaggio di Enzo Pompeo che lavora sui vuoti e sulle assenze dei quattro imputati irreperibili.
Il cuore concettuale dell’opera risiede in un documento specifico, il video girato clandestinamente dal delatore Mohammed Abdallah. In questa sequenza, la penombra che avvolge Giulio, il suo fluttuare ai margini del quadro e l’emergere del suo volto dal buio non costituiscono un limite visivo, ma diventano una precisa dichiarazione di poetica. L’estetica del non-visto e dell’inquadratura negata si trasforma nello strumento ideale per restituire l’onestà intellettuale del ricercatore, che resiste alla manipolazione del regime proprio attraverso la compostezza del proprio linguaggio. Il cinema si fa così carico della responsabilità di documentare non come pacificazione, ma come esposizione delle fratture del contemporaneo, dove la verità storica emerge unicamente attraverso la dichiarata fragilità del dispositivo filmico.
