Sentimental value
Sentimental value (2025) NOR di Joachim Trier
Al funerale della madre, le sorelle Nora, attrice teatrale tormentata, e Agnes, storica accademica, vedono riapparire il padre Gustav, celebre regista cinematografico assente da quindici anni. L’uomo offre a Nora il ruolo principale nel suo nuovo film, scritto appositamente per lei come tardivo ramoscello d’ulivo, ma la donna rifiuta categoricamente a causa del profondo risentimento che nutre nei suoi confronti. Durante una retrospettiva a Deauville, Gustav incontra la diva hollywoodiana Rachel Kemp, la quale, affascinata dalla sua opera, accetta la parte rifiutata da Nora, innescando un pericoloso gioco di specchi identitari e sovrapposizioni tra finzione artistica e traumi familiari reali.
La prima sequenza di Sentimental Value stabilisce una dichiarazione d’intenti teorica prima ancora che narrativa. La macchina da presa esplora una dimora d’infanzia partendo dal punto di vista d’un testo infantile che la personifica, per poi tagliare bruscamente sul collasso emotivo di un’attrice dietro le quinte del teatro, un attimo prima di esibirsi ne Il gabbiano di Čechov. In questo dittico iniziale c’è già tutta la grammatica del film: lo spazio architettonico come contenitore di fantasmi e la performance come indicibile sforzo di espiazione o di mistificazione.
Trier e il suo fedele co-sceneggiatore Eskil Vogt abbandonano le derive generazionali e la frammentazione pop di La persona peggiore del mondo per addentrarsi in territori squisitamente bergmaniani. Non si tratta però di una sterile riverenza cinefila. Il film vive di una dialettica geometrica in cui i sentimenti non vengono mai urlati, ma emergono attraverso la prossemica dei corpi e la modulazione dei silenzi. La recitazione di Renate Reinsve e Stellan Skarsgård lavora su micro-tensioni muscolari, sguardi interrotti e posture contratte che dicono sulla frattura tra padre e figlia molto più di qualunque climax melodrammatico.
L’operazione estetica più affascinante risiede nel modo in cui la fluidità visiva orchestrata dal direttore della fotografia Kasper Tuxen dialoga con il montaggio rigoroso di Olivier Bugge Coutté. Nonostante il film superi le due ore ed esibisca una struttura densa, quasi letteraria, l’andamento non è mai statico. I quadri visivi sono nitidi, taglienti, eppure caldi nell’accarezzare le venature del legno della casa dei Borg o la fredda luce costiera di Deauville. Trier sceglie di spezzare il racconto attraverso netti stacchi a nero che fungono da veri e propri cambi di capitolo, lasciando respirare le ellissi temporali e permettendo allo spettatore di colmare i vuoti emotivi.
Quando entra in scena il personaggio di Elle Fanning, il lungometraggio compie un ulteriore salto meta-testuale che evoca direttamente Persona. La diva americana che si tinge i capelli per somigliare alla figlia del regista diventa l’incarnazione dell’artificio che tenta disperatamente di replicare una verità vissuta. Il contrasto tra la recitazione di Rachel, che affronta un monologo in lingua inglese durante le prove, e la successiva resa nella lingua originale scandinava evidenzia come la verità di un’opera d’arte sia indissolubilmente legata alla sua radice linguistica e biografica.
La colonna sonora, che spazia con disinvoltura dal rigore classico di Berlioz alle vibrazioni synth dei New Order, fino alle partiture originali e malinconiche di Hania Rani, non fa da semplice commento sonoro, ma agisce come collante tra i diversi strati temporali della coscienza delle protagoniste. Il contrasto tra la ricerca documentale di Agnes sulle ferite della seconda guerra mondiale e la messa in scena teatrale di Nora rivela l’ossessione del regista per i meccanismi della memoria.
L’opera evita le trappole della riconciliazione consolatoria. La mdp si sofferma sui dettagli quotidiani, come la condivisione di una sigaretta o una risata ironica per un regalo inappropriato, ricordandoci che i legami spezzati mantengono una loro macabra e complessa vitalità. Nel finale, privo di dialoghi e affidato unicamente alla potenza pura dell’inquadratura, Trier ci lascia di fronte a una verità nuda e priva di sconti: l’arte può tentare di rielaborare il trauma, ma le case, i corpi e le crepe che portiamo dentro rimangono esattamente dove sono sempre stati. Un’opera folgorante, lucida e di una precisione chirurgica che conferma Trier tra i grandi maestri del cinema contemporaneo.
