Dead of Winter – Sfida nel gelo

Il nostro parere

Dead of winter – Sfida nel gelo (2025) USA di Brian Kirk


Barb è una vedova solitaria che vive in un trailer e decide di sfidare una tormenta di neve per raggiungere un lago remoto, luogo caro ai suoi ricordi. Durante il tragitto, la sua strada si incrocia con quella di una coppia di rapitori decisamente singolari che tengono prigioniera una ragazza adolescente. Rimasta isolata e senza segnale telefonico, Barb dovrà attingere a risorse inaspettate e a una pragmatica resilienza per tentare un salvataggio disperato tra i boschi ghiacciati.


L’idea di osservare Emma Thompson che abbandona i salotti letterari per indossare una tuta da lavoro  e imbracciare un fucile da caccia ha un fascino indiscutibile, quasi feticistico per chi ama vedere le icone del cinema britannico sporcarsi le mani in generi meno nobili. Brian Kirk costruisce attorno a lei un thriller atmosferico che vive di silenzi e di una fisicità soffocata dal freddo, dove ogni scricchiolio della neve sotto gli scarponi e ogni respiro affannato diventano elementi di una partitura sensoriale curata, sottolineata da una desolazione che eleva il paesaggio a vero coprotagonista.

Tuttavia, nonostante la confezione estetica sia di buonlivello, il film fatica a mantenere una coesione narrativa solida. La scelta di frammentare il ritmo con continui flashback dedicati al passato di Barb appare come una nota retrò in un componimento che richiederebbe una progressione lineare e inesorabile. Se da un lato il contrasto cromatico tra il presente livido e il passato solare sottolinea la perdita emotiva della protagonista, dall’altro queste incursioni temporali spezzano la tensione, agendo come superflue spiegazioni psicologiche laddove il volto della Thompson sarebbe stato sufficiente a narrare l’intero dramma. La recitazione resta il pilastro dell’opera, con una Judy Greer che si diverte visibilmente a interpretare un villain lontano dai suoi canoni abituali, eppure si avverte la sensazione che la sceneggiatura non riesca mai davvero a decidere se essere un survival movie brutale o una ballata malinconica sui ricordi.

L’accento regionale adottato dalla Thompson, pur essendo gestito con la consueta maestria tecnica, rischia talvolta di scivolare verso la macchietta, creando una discrepanza bizzarra con la Barb giovane interpretata da sua figlia Gaia Wise. Questa mancanza di continuità linguistica è solo uno dei piccoli nei che impediscono alla pellicola di raggiungere la vetta dei grandi thriller invernali. Invece di esplodere in un crescendo coerente, il racconto si trascina in alcune sequenze centrali, culminando in un finale pirotecnico che, pur offrendo una scarica di adrenalina necessaria, sembra appartenere a un film differente, più incline al pulp che alla riflessione esistenziale suggerita nelle prime battute. Resta poi la sensazione di un deja vu, di un’opera che ripercorre strade assai note senza originalità.

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