Tre ciotole

Il nostro parere

Tre ciotole (2025) ITA di Isabel Coixet


Dopo un bisticcio apparentemente banale, Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano) si lasciano brusca-mente. Mentre lui si rifugia freneticamente tra i fuochi della sua cucina professionale, lei sprofonda in un silenzio che si rivela presto sintomo di qualcosa di più grave di un cuore infranto: una diagnosi terminale. Di fronte alla doppia perdita — del compagno e della prospettiva di un futuro — Marta inizia un percorso di risveglio sensoriale tra le strade di una Roma insolita, riscoprendo il sapore del cibo, il piacere del corpo e la dignità del presente.


Isabel Coixet torna a frequentare i territori a lei più cari: l’anatomia della fragilità e la resistenza dei sensi. Tre ciotole non è il classico film lacrimoso sul fine vita, quanto piuttosto una riflessione filosofica sulla “sottrazione”. Se la prima parte del film soffre di una certa inerzia narrativa e di una dinamica di coppia che fatica a bucare lo schermo, la pellicola sboccia letteralmente nella seconda metà, quando il dramma si fa introspettivo e la macchina da presa si incolla al volto di una straordinaria Alba Rohrwacher.

Sotto il profilo tecnico, la scelta più felice è senza dubbio il ricorso alla pellicola 35mm. La direzione della fotografia di Guido Michelotti regala una grana organica, quasi tattile, che rifugge la nitidezza asettica del digitale per abbracciare una Roma “vissuta”, fatta di luce naturale e angoli meno monumentali, quasi a voler riflettere la matericità dei nuovi bisogni di Marta. La colonna sonora di Alfonso Vilallonga, unita a una selezione musicale curatissima, agisce come un contrappunto emotivo mai invadente, sostenendo il ritmo volutamente lattescente del montaggio.

Il film vive di contrasti: da una parte il rumore bianco della cucina di Elio Germano (sempre impeccabile nel restituire una mascolinità smarrita), dall’altra il silenzio “parlante” dell’appartamento di Marta, dove troneggia l’assurdo cartonato di un idol K-pop, eredità del libro della Murgia che funge da silenzioso confessore.

Nonostante qualche passaggio eccessivamente compiaciuto nella sua delicatezza (il rischio di scivolare nell’estetica del “sussurro” è sempre dietro l’angolo con la Coixet), Tre ciotole si salva grazie alla sua onestà intellettuale. Non cerca la catarsi facile, ma osserva come un corpo malato possa, paradossalmente, tornare a godere del mondo con un’urgenza sconosciuta ai sani. Un’opera irregolare, certo, ma dotata di una grazia visiva che i veri cinefili non potranno non apprezzare.

 

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