Smile 2
Smile 2 (2024) USA di Parker Finn
Il film ci catapulta nel mondo patinato e al contempo inquietante di Skye Riley, una popstar che, dopo un brutto incidente d’auto che le ha portato via il fidanzato e l’ha lasciata con cicatrici fisiche e psicologiche, cerca di tornare sul palco. Finalmente libera dalla droga e con un look fresco, Skye è pronta a riconquistare i fan. Ma le prove per il tour sono un calvario, i dolori alla schiena non le danno tregua e la tentazione di ricorrere a vecchie conoscenze, come lo spacciatore Lewis, si fa sentire. Ed è proprio da Lewis che la situazione prende una piega sinistra, con allucinazioni e deliri che la perseguitano.
L’ennesimo sequel che nessuno aveva chiesto, è arrivato lo stesso, come un parente lontano che si presenta alla porta per le feste comandate pur senza essere invitato. A due anni dal primo Smile, questa seconda puntata sembra più un tentativo pigro di spremere fino all’ultima goccia un’idea che, evidentemente, aveva già esaurito la sua carica innovativa. Parker Finn, che qui ci riprova con la regia e la sceneggiatura, tenta la carta della popstar in crisi, ma l’originalità è un concetto lontano anni luce. L’idea di un’artista tormentata da visioni, onestamente, ha già fatto il giro del mondo un milione di volte, e qui si aggiunge solo un tocco di “horror” tanto per dire. E sì, si è beccato un bel divieto ai minori, ma più per l’insistenza su scene truculente che per una reale profondità narrativa o psicologica. Diciamocelo, sembra più uno sforzo forzato di essere “spaventoso” con il sangue facile, senza la sostanza che dovrebbe esserci dietro.
Il film, poi, ricade nei soliti cliché del sound design martellante e dei trucchetti di telecamera che, invece di inquietare, finiscono per stancare. Quell’inizio che vorrebbe essere un pezzo di bravura cinematografica con la sua sequenza unica? Beh, è un fuoco di paglia, un bel biglietto da visita che però non mantiene le promesse. Si comincia con una spinta, per poi afflosciarsi in una narrazione che arranca e si trascina.
Naomi Scott fa del suo meglio, certo, e si vede che si impegna per dare spessore a questa Skye Riley, ma il personaggio è stereotipato; la sua “rabbia e tenacia” suonano più come un tentativo disperato di dare un po’ di brio a una figura altrimenti piatta. E se qualcuno volesse leggervi chissà quale critica sociale al mondo dello spettacolo, beh, si sforzerebbe inutilmente. Il film sfiora appena queste tematiche, preferendo il mero spavento di bassa lega a qualsiasi analisi più profonda.
