Cult Killer
Cult Killer (2024) USA di Jon Keeyes
Dopo essere stata salvata da una rissa in un pub dal detective privato Mikhail Tallini (Antonio Banderas), la tormentata Cassie (Alice Eve) ne diventa la protetta, imparando i trucchi del mestiere. La sua vita viene sconvolta quando Mikhail viene brutalmente assassinato durante un’indagine. Decisa a vendicarlo, Cassie si mette sulle tracce del killer, scoprendo una rete di abusi e schiavitù sessuale che coinvolge l’alta società. Lungo il percorso incrocia Jamie (Shelley Hennig), l’assassina di Mikhail, con la quale stringerà un’alleanza inaspettata per smascherare i veri mostri che tirano le fila del gioco.
Siamo onesti: vedere il nome di Antonio Banderas giganteggiare sulla locandina è ormai diventato un segnale d’allarme cinematografico pari a un calo di tensione in una sala di proiezione. Qua il divo spagnolo ricopre il ruolo del “mentore fantasma”, uscendo di scena quasi subito per lasciare spazio a una serie di flashback che servono più a giustificare il suo cachet che a dare reale spessore alla narrazione. È il classico “specchietto per le allodole” di certe produzioni che puntano al mercato home-video, dove il fumo è decisamente più del poco arrosto servito. In pratica siamo al livello delle sue apparizioni in Spongebob.
Il vero problema del film di Jon Keeyes, tuttavia, non è la latitanza di Banderas, ma una sceneggiatura claudicante. Nonostante il tentativo di affrontare temi sociali pesanti come il traffico di esseri umani, la scrittura scivola costantemente nel già visto, affidandosi a exposition dump (spiegoni, per i meno anglofoni) che affossano ogni tentativo di mistero. Una detective privata che non indaga, ma riceve informazioni servite su un piatto d’argento, è il peccato originale di un thriller che dovrebbe vivere di deduzione e invece annega nella pigrizia narrativa.
Dal punto di vista della tensione, il film è piatto interrotto da picchi di overacting involontariamente comici da parte dei comprimari. Sebbene Alice Eve ce la metta tutta per donare gravitas alla sua Cassie, il passaggio dalla caccia all’uomo alla “sorellanza del trauma” con la killer Jamie avviene con una rapidità che sfida le leggi della psicologia umana, rendendo l’alleanza poco credibile e priva di quel mordente emotivo necessario.
Tecnicamente, la regia di Keeyes è scolastica, priva di guizzi o di una cifra stilistica che possa elevare il materiale oltre la mediocrità. Il montaggio tenta di dare ritmo alternando presente e passato, ma l’effetto finale è quello di un episodio di Criminal Minds con un budget leggermente superiore e molta meno logica.
