Anche gli angeli mangiano fagioli

Il nostro parere

Anche gli angeli mangiano fagioli (1973) ITA di Enzo Barboni


Nella New York piegata dalla Grande Depressione, il lottatore Charlie, costretto alla fuga dopo aver rifiutato di truccare un incontro, incrocia il cammino del sognatore Sonny. Uniti dalla miseria e da una bizzarra intraprendenza, i due entrano al servizio del boss Angelo come esattori della malavita. Tuttavia, la loro intrinseca bontà d’animo e una congenita goffaggine trasformeranno presto il loro tentativo di carriera criminale in un esilarante quanto pericoloso disastro nel cuore della malavita.


Anche gli angeli mangiano fagioli rappresenta un curioso quanto affascinante esperimento di trasposizione mitologica. Enzo Barboni, qui ancora celato dietro lo pseudonimo di E.B. Clucher, tenta di esportare la fortunata formula del western parodistico nei vicoli polverosi e cupi della Chicago anni Trenta. Se il titolo evoca immediatamente l’iconografia del fagiolo come elemento conviviale e povero del genere spaghetti, l’operazione si regge su un equilibrio visivo che cerca di nobilitare la slapstick attraverso una ricostruzione d’ambiente curata. La cinepresa di Barboni, che non dimentica il suo passato da direttore della fotografia per Corbucci, cattura una metropoli vivida, dove i contrasti chiaroscurali degli interni mafiosi si scontrano con la solarità quasi infantile delle coreografie di rissa.

L’assenza di Terence Hill, impegnato all’epoca in altre produzioni oltreoceano, costringe Bud Spencer a confrontarsi con Giuliano Gemma. Il risultato è un’alchimia diversa, meno simbiotica rispetto alla coppia storica. Gemma infonde nel personaggio di Sonny un’eleganza atletica e un piglio scanzonato che dialoga per contrasto con la fisicità monolitica e quasi ieratica di Spencer. Le inquadrature insistono spesso su questo dualismo dimensionale, sfruttando la profondità di campo per esaltare i celebri ceffoni di Bud, che qui mantengono la consueta valenza catartica e ludica, pur inseriti in un contesto che sfiora talvolta tonalità più aspre, quasi a voler omaggiare il noir classico prima di disinnescarlo con un sorriso.

La narrazione procede per blocchi episodici, una struttura che se da un lato risente di un montaggio a tratti discontinuo, dall’altro permette di godere di squarci di autentico surrealismo popolare, come la celebre sequenza della famiglia indigente e del nocciolo di pesca. Nonostante una colonna sonora che fatica a trovare l’orecchiabilità dei grandi temi di quegli anni, il film mantiene una leggibilità d’azione. Barboni evita i virtuosismi fini a se stessi, preferendo una messinscena piana che valorizza la mimica dei protagonisti e la fisicità degli stuntman. È un cinema che non ha paura della propria natura di intrattenimento, ma che la gestisce con consapevolezza artigianale.

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