Eenie Meanie

Il nostro parere

Eenie Meanie (2025) USA di Shawn Simmons


Edie Meaney, una formidabile ex pilota di fuga che tenta faticosamente di rifarsi una vita onesta all’università, si ritrova risucchiata nel sottobosco criminale a causa dell’irresponsabile ex fidanzato John, finito nel mirino del boss mafioso Nico. Per salvare l’uomo e saldare un debito da tre milioni di dollari derivato da un colpo andato male, Edie è costretta a rimettersi al volante per un’audace rapina a un casinò, affrontando i fantasmi del proprio passato e legami familiari mai del tutto recisi.


Ibridare la frenesia cinetica di Edgar Wright con la verbosità pop del primo Quentin Tarantino è un esercizio di stile che, nel panorama contemporaneo, rischia spesso di rivelarsi un’arma a doppio taglio. L’opera di Shawn Simmons si inserisce esattamente in questo solco citazionistico, configurandosi come un pastiche postmoderno che guarda tanto a Baby Driver quanto alle geometriche architetture criminali di Guy Ritchie e Steven Soderbergh.

L’incipit del film, dominato dal monologo logorroico di un eccellente Steve Zahn, stabilisce immediatamente le coordinate estetiche del racconto, traducendo il trauma generazionale in un serrato montaggio alternato. La regia flirta costantemente con il grottesco, sebbene la scrittura talvolta tradisca la natura artificiale dei dialoghi, trasformando i personaggi in portavoce della penna del regista piuttosto che in figure organiche. Fortunatamente, la messinscena si riscatta attraverso una gestione ritmica notevole: la fluidità dei tagli di Chris Patterson non si limita a servire l’adrenalina delle sequenze d’inseguimento, ma diventa lo strumento principale con cui viene scandito il respiro psicologico delle scene madri, conferendo credibilità fisica alle coreografie automobilistiche.

Samara Weaving si conferma un’interprete capace di donare una dolente e complessa tridimensionalità a un archetipo di genere altrimenti bidimensionale, sostenendo da sola l’assurdità emotiva di un legame amoroso privo di vera alchimia sulla pagina. Accanto a lei, Andy Garcia offre una prova di sottile e trattenuta eleganza soderberghiana, spogliando il suo boss mafioso dai consueti istrionismi psicotici per farne un algido uomo d’affari. Il film fluttua così tra l’iperrealismo dell’azione e un amaro dramma sulla circolarità del destino, dimostrando che, anche all’interno dei confini rigidi del cinema di consumo da piattaforma, è ancora possibile rintracciare una scheggia di autentica anarchia formale.

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