Monsieur Aznavour

Il nostro parere

Monsieur Aznavour (2024) FRA di Mehdi Idir, Grand corps malade


Nato a Parigi da rifugiati armeni, il giovane Charles Aznavour deve combattere contro la povertà, i pregiudizi e una voce giudicata inadatta per inseguire il sogno del palcoscenico. Attraverso una dedizione maniacale al lavoro, la scrittura di testi intensi e il sodalizio artistico con Pierre Roche, il musicista riesce a farsi notare da Édith Piaf, intraprendendo un cammino tortuoso che lo porterà a sacrificare gli affetti privati. Il film ripercorre la sua ascesa cronologica, dalle umili origini fino alla consacrazione come monumento intramontabile della cultura francese e mondiale.


L’operazione biografica orchestrata da Mehdi Idir e Grand Corps Malade si inserisce nel solco più tradizionale del canone agiografico del genere, configurandosi come un oggetto filmico che predilige la celebrazione del mito rispetto allo scavo analitico dell’uomo. Monsieur Aznavour si muove con un passo drammaturgico estremamente controllato, quasi timoroso di scalfire l’icona approvata dallo stesso cantautore prima della sua scomparsa. La regia sceglie una compostezza formale che traduce le diverse epoche storiche attraverso una raffinata partitura cromatica: le tonalità sbiadite della giovinezza nei quartieri poveri parigini sfumano progressivamente verso i contrasti netti della maturità artistica. Questa evoluzione estetica trova il suo culmine nelle sequenze dei concerti, dove l’uso espressionista delle luci e delle ombre isola l’artista sul palcoscenico, trasformando l’esibizione in un prolungamento visivo della profonda tensione poetica dei testi.

Tuttavia, questa sensibilità lirica si scontra con una messa in scena che flirta pericolosamente con l’estetica documentaristica e televisiva, privando il racconto di quel respiro  che aveva caratterizzato opere affini come La Vie en Rose di Olivier Dahan. Il limite più evidente emerge nella gestione della verosimiglianza visiva e nell’ossessione per il mimetismo facciale. L’interpretazione di Tahar Rahim è lodevole per dedizione corporea e vocale, capace di restituire la gestualità e le sfumature della voce del chansonnier, ma viene penalizzata da una maschera prostetica discontinua che finisce per distrarre lo spettatore, oscillando tra la somiglianza e la sineddoche visiva del trucco pesante. Ancor più problematica risulta la caratterizzazione di Édith Piaf affidata a Marie-Julie Baup.

L’andamento del lungometraggio risente inoltre di una sceneggiatura che evita il conflitto profondo, edulcorando le spigolosità del carattere di Aznavour, come l’abbandono della famiglia o la brusca separazione artistica da Pierre Roche, liquidati con una linearità che ne neutralizza l’impatto emotivo. Il film preferisce concentrarsi su una struttura a catalogo, un viaggio tra i grandi standard musicali punteggiato da fugaci apparizioni di icone dell’epoca, da Frank Sinatra a Gilbert Bécaud. Tra queste, la fugace menzione del sodalizio con François Truffaut accenna soltanto per un attimo all’importante carriera cinematografica di Aznavour, lasciando inesplorato il dialogo intertestuale tra la Nouvelle Vague e la canzone d’autore. L’inserimento finale di repertorio originale con la voce di Claire Chazal sancisce questa natura ibrida, a metà tra l’omaggio accorato e la cronaca illustrata, lasciando l’impressione di un’opera formalmente curata ma priva della stessa viscerale audacia che Aznavour metteva nelle sue interpretazioni.

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