Kraven – Il cacciatore
Kraven – Il cacciatore (2024) USA di J.C. Chandor
Il film segue le origini di Sergei Kravinoff, figlio di un brutale e implacabile boss della malavita russa. Dopo essere stato abbandonato dal padre durante una battuta di caccia ed essere miracolosamente sopravvissuto all’attacco di un leone, il giovane sviluppa sensi sovrumani e una connessione mistica con il mondo animale. Rifiutando l’impero criminale paterno, Sergei assume l’identità del Cacciatore e decide di usare i suoi poteri per rintracciare i più efferati criminali del mondo. La situazione precipita quando il fratellastro Dimitri viene rapito dal letale Aleksei Sytsevich, noto come Rhino, costringendo Kraven a tornare a New York per una sanguinosa resa dei conti.
J.C. Chandor, regista che in passato ha dimostrato una notevole finezza nel tratteggiare i meccanismi del collasso morale ed economico, si ritrova qui a gestire una materia narrativa che sembra costantemente sfuggirgli di mano, intrappolata tra le maglie di una produzione macroscopica e palesemente manipolata in fase di montaggio. L’opera si inserisce in quel filone di spin-off che tentano di costruire un ecosistema di antieroi privati della loro controparte primaria, e il risultato soffre inevitabilmente di questa assenza originaria. La fluidità del racconto viene sacrificata sull’altare di una rigida struttura classica che espone troppo a lungo una giovinezza didascalica, togliendo respiro al presente diegetico.
Ciononostante, l’approccio estetico di Chandor tenta una deviazione rispetto ai canoni contemporanei del cinecomic. Il regista sceglie di privilegiare una fisicità primordiale, dove l’azione si sviluppa attraverso coreografie di combattimento corpo a corpo che esaltano la ferocia animalesca del protagonista, riducendo l’impatto della computer grafica in favore di scenari naturali che offrono una parvenza di matericità. Aaron Taylor-Johnson conferisce al personaggio una presenza scultorea e iper-mascolina, che dialoga in modo suggestivo con l’andamento quasi shakespeariano, seppur declinato in chiave pop, della faida familiare. Russell Crowe, eccedendo in una caratterizzazione fin troppo marcata, incarna la nemesi paterna con una gravità che vorrebbe evocare antiche tragedie dinastiche, senza riuscire nell’intento.
L’aspetto più stimolante per il pubblico di cinefili risiede nel fitto tessuto di rimandi e nella stratificazione dei contenuti. Il film non si limita a saccheggiare la celebre run fumettistica ideata da Stan Lee e Steve Ditko nel 1964, ma tenta di aggiornare il mito del cacciatore di uomini sovraccaricandolo di suggestioni visive che guardano altrove. Nelle sequenze d’azione più concitate, l’agilità grottesca del protagonista evoca certe soluzioni del cinema espressionista o, più modernamente, le dinamiche plastiche del cinema di supereroi dei primi anni duemila. Si avverte il tentativo di richiamare la verticalità e le atmosfere urbane del Batman di Tim Burton, specialmente nel modo in cui le figure dei villain come lo Straniero o Calypso vengono introdotte, sebbene qui la sceneggiatura tenda a ingolfare la narrazione con troppe figure di contorno spiegate più attraverso monologhi didascalici che attraverso l’azione pura. Il conflitto centrale rimane comunque ancorato a una riflessione sul determinismo ambientale e sulla colpa dei padri che si riflette sui figli, un nucleo tematico forte che purtroppo viene spesso diluito da battute forzate e da un montaggio che risente dell’ansia dello studio di gettare le basi per futuri capitoli, privando la pellicola di quell’autonomia drammatica che avrebbe potuto renderla qualcosa di significativo.
