Come uccidere vostra moglie
Come uccidere vostra moglie (1965) USA di Richard Quine
Stanley Ford è un fumettista di successo che si gode una sfarzosa vita da scapolo a New York, assistito dal fedele maggiordomo Charles, finché non si sveglia sposato con una bellissima ragazza italiana che non parla inglese, emersa da una torta durante un addio al celibato. Sentendosi intrappolato nella routine domestica e privato del proprio stile di vita, l’artista proietta le proprie frustrazioni nel fumetto di cui è autore, pianificando graficamente l’omicidio della consorte. Quando la donna scopre le vignette e sparisce senza lasciare tracce, la finzione si confonde con la realtà agli occhi della legge, portando l’ignaro disegnatore alla sbarra con l’accusa di uxoricidio.
L’opera firmata da Richard Quine si inserisce in quel filone della commedia sofisticata hollywoodiana degli anni sessanta che tentava di esorcizzare, con un piglio cinico e vagamente surreale, le mutazioni dei costumi sociali dell’epoca. Il lungometraggio si rivela un prodotto discreto, un meccanismo satirico che poggia interamente sulla dialettica tra la rigida e geometrica routine dell’universo maschile e l’elemento perturbatore della femminilità, quest’ultimo incarnato dalla prorompente ma quasi muta presenza di Virna Lisi. La narrazione si sviluppa attraverso una struttura meta-fumettistica, dove la macchina da presa adotta soluzioni visive che ricalcano la bidimensionalità e i tempi comici delle strisce quotidiane, esasperando i contrasti cromatici e le simmetrie delle scenografie newyorkesi per restituire l’illusione di una realtà ricalcata sulla carta stampata.
La sceneggiatura di George Axelrod dimostra una notevole fluidità nella prima metà, giocando con la rottura della quarta parete affidata al maggiordomo Charles, interpretato da un impeccabile Terry-Thomas. Questo espediente formale stabilisce una complicità immediata con lo spettatore, richiamando la tradizione del teatro di varietà e del vaudeville, ma riletta attraverso il filtro della pop art. Il film evoca inevitabilmente suggestioni legate alla coeva cultura di massa, tra le strisce d’avventura di Alex Toth e le sonorità accattivanti e sincopate di Neal Hefti, le quali anticipano le atmosfere urbane e scanzonate che caratterizzeranno le successive collaborazioni dello stesso compositore con il cinema di genere.
Tuttavia, la pellicola mostra il fianco a qualche cedimento strutturale nel terzo atto, in concomitanza con la lunga sequenza del processo. È proprio in questa fase dibattimentale che l’acume satirico sfuma in una farsa dai toni marcatamente misogini che rallenta il ritmo complessivo della narrazione, trasformando l’elegante ironia iniziale in un apologo fin troppo esplicito e privo di quella sottigliezza intellettuale che aveva distinto i primi due tempi. Jack Lemmon, pur confermando le sue doti di interprete nevrotico e dal perfetto tempismo mimico, fatica a mascherare i limiti di un personaggio le cui motivazioni psicologiche appaiono talvolta bidimensionali, schiacciate dal peso di uno script che preferisce la risoluzione convenzionale all’approfondimento della crisi d’identità dell’artista moderno. L’impianto scenico si affida allora alla straordinaria verve dei comprimari, tra cui spicca l’avvocato Harold Lampson interpretato da Eddie Mayehoff, il cui istrionismo corporale e le bizzarrie vocali riescono a compensare la staticità di una regia che, nel finale, rinuncia alle intuizioni visive più brillanti per rifugiarsi nei canoni della commedia dei malintesi più tradizionale.
