Madagascar

Il nostro parere

Madagascar (2005) USA di Tom McGrath, Eric Darnell


Quattro viziati residenti del Central Park Zoo di New York, il leone Alex, la zebra Marty, la giraffa Melman e l’ippopotamo Gloria, si ritrovano catapultati fuori dalla loro confortevole gabbia dorata a causa delle bizzarre manie di fuga di un gruppo di pinguini. Naufragati sulle coste incontaminate del Madagascar, i quattro raffinati cittadini dovranno fare i conti con la vera natura selvaggia, un’eccentrica tribù di lemuri e i morsi della fame che risvegliano sopiti istinti predatori.


La pellicola diretta da Eric Darnell e Tom McGrath si inserisce nel panorama dell’animazione digitale con una fisionomia geometrica e rétro, che rinuncia programmaticamente al realismo anatomico per riscoprire la lezione delle storiche produzioni della Warner Bros e dei cortometraggi di Tex Avery. Le silhouette spigolose dei protagonisti e i loro movimenti volutamente esagerati ridefiniscono lo spazio scenico in una chiave puramente slapstick, dove la rottura delle proporzioni fisiche asseconda un ritmo comico incessante. Questa scelta stilistica si fonde armonicamente con una narrazione che gioca sulla decostruzione dell’antropomorfismo classico.

Il cuore filosofico dell’opera risiede infatti nell’atavico dilemma dell’animale umanizzato, un paradosso teorico che richiama la storica e ambigua distinzione disneyana tra Pippo e Pluto. Il film flirta apertamente con l’anarchia antropologica e con suggestioni letterarie nobili, evocando una versione pop e disincantata del Robinson Crusoe. Il contrasto estetico e concettuale tra l’idillio urbano del giardino zoologico, vissuto come palcoscenico di Broadway, e l’esotismo caotico della giungla diventa il perfetto motore di una satira acuta sulle nevrosi contemporanee e sulla fragilità della civilizzazione.

La sceneggiatura eccelle soprattutto nella prima metà, sostenuta dalle eccellenti performance vocali del cast originale, capaci di plasmare i tic e i tempi comici dei personaggi sulla base delle personalità dei loro stessi interpreti, con una menzione d’onore per lo straripante re dei lemuri guidato da Sacha Baron Cohen. Sebbene la seconda parte rallenti la propria progressione drammaturgica per adagiarsi su binari più rassicuranti ed evitare di esplorare fino in fondo le conseguenze più feroci e kafkiane della regressione selvaggia del leone, l’opera rimane un saggio brillante di commedia ritmica. I registi confezionano una favola moderna capace di dialogare con lo spettatore adulto attraverso battute fulminee e un umorismo cinico e graffiante, confermando la maturità espressiva di uno studio che sa come scardinare i canoni tradizionali del genere.

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