La voce di Hind Rajab

Il nostro parere

La voce di Hind Rajab (2025) TUN di Kawthar ibn Haniyya


Il film ripercorre le ore strazianti del 29 gennaio 2024, quando la piccola Hind Rajab, di soli sei anni, rimane intrappolata in un’auto a Gaza sotto il fuoco dei carri armati israeliani. Unica sopravvissuta tra i cadaveri dei suoi familiari, la bambina resta in contatto telefonico con gli operatori della Mezzaluna Rossa per oltre tre ore. La pellicola segue il disperato tentativo di coordinamento dei soccorritori per ottenere un corridoio sicuro, mentre la voce di Hind si affievolisce tra le esplosioni. La narrazione si chiude sul tragico destino della piccola e dei paramedici inviati a salvarla, trasformando un evento di cronaca in un dramma da camera sulla burocrazia del dolore.


Kaouther Ben Hania prosegue la sua personalissima esplorazione dei confini tra verità documentaria e ricostruzione drammatica, portando sullo schermo una materia incandescente che sfida la morale stessa della visione. L’opera si configura come un esercizio di sottrazione claustrofobica, dove lo spazio d’azione è quasi interamente confinato negli uffici della Mezzaluna Rossa a Ramallah. La scelta di utilizzare un formato ultra-widescreen non serve qui a celebrare l’ampiezza di un paesaggio, ma a mappare la geografia umana del dolore: il rapporto d’aspetto espanso permette di inquadrare simultaneamente i volti degli operatori, creando una tensione corale dove ogni micro-espressione di Saja Kilani o Amer Hlehel diventa un sismografo dell’impotenza.

Il vero baricentro estetico del film non risiede tuttavia nell’immagine, bensì nel suono. L’integrazione delle registrazioni originali della voce di Hind Rajab all’interno del tessuto narrativo agisce come un elemento perturbante che rompe la finzione. La regista sceglie di visualizzare queste onde sonore attraverso uno spettrogramma che invade lo schermo nero, una soluzione che trasforma l’astrazione digitale in una presenza fisica, quasi tattile. Questa dialettica tra il vuoto visivo della zona di guerra e il pieno emotivo dell’ufficio evita il rischio di una pornografia del dolore, spostando l’orrore dal campo lungo del conflitto al primo piano della reazione umana. La macchina da presa indugia con insistenza sui dettagli minimi, come i segni di pennarello sulle vetrate che tracciano percorsi di soccorso impossibili, trasformando quegli uffici in una camera oscura dove si sviluppa l’immagine di una tragedia imminente.

L’illuminazione gioca un ruolo narrativo fondamentale, seguendo il declinare della luce naturale verso un crepuscolo che è tanto meteorologico quanto esistenziale. Il passaggio dalle tonalità fredde del mattino alle ombre lunghe del pomeriggio accentua la percezione del tempo che scivola via, rendendo tangibile quella violenza amministrativa fatta di attese, autorizzazioni negate e silenzi radio. Ben Hania non cerca mai la catarsi del montaggio serrato tipico del thriller, ma preferisce piani sequenza che dilatano l’agonia, costringendo lo spettatore a una partecipazione che rasenta il malessere. In questo equilibrio precario tra il rigore della testimonianza e la messa in scena teatrale, il film riesce a restituire dignità a una voce che il rumore della guerra avrebbe voluto cancellare, lasciando che siano le frequenze gracchianti di un cellulare a incidere la memoria collettiva più profondamente di qualsiasi immagine esplicita pronunciando una condanna definitiva.

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