La camera di consiglio

Il nostro parere

La camera di consiglio (2025) ITA di Fiorella Infascelli


Nel novembre del 1987, otto giurati del Maxiprocesso di Palermo vengono reclusi per trentasei giorni all’interno di un’ala del carcere dell’Ucciardone. Isolati dal mondo e sotto costante minaccia, devono analizzare migliaia di pagine per decidere le sorti di 470 imputati legati a Cosa Nostra. Tra i dubbi dei giudici popolari e il confronto etico tra il Presidente Alfonso Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso, la camera di consiglio diventa un microcosmo di tensioni morali e responsabilità storica.


Fiorella Infascelli torna a frequentare i fantasmi e gli eroi della nostra storia recente con una pellicola che sembra voler espandere il discorso iniziato anni fa con Era d’estate. Questa volta, però, la cineasta decide di chiudere l’obiettivo dentro un perimetro architettonico brutale e claustrofobico, trasformando l’imponente struttura dell’Ucciardone nel vero co-protagonista della narrazione. La scelta estetica è chiara fin dai primi fotogrammi: una fotografia asciutta, quasi documentaristica, che predilige i toni plumbei e un’illuminazione che sottolinea la stanchezza dei volti, più che l’eroismo delle azioni. La macchina da presa si muove con sobrietà, pedinando i personaggi tra pile di faldoni e pasti consumati in fretta, cercando di catturare l’invisibile peso della decisione giudiziaria attraverso la gestione dei volumi spaziali.

Il cuore del film batte nel duello intellettuale tra il Presidente Giordano, interpretato da un Sergio Rubini misurato e quasi crepuscolare, e il Pietro Grasso di Massimo Popolizio, che porta in scena una fisicità più viscerale e rigorosa. Il loro confronto non è solo dialettico, ma si traduce in una precisa scelta di montaggio che alterna i tempi lunghi della riflessione giuridica ai silenzi carichi di presagio che avvolgono i giudici popolari. È proprio in questa dimensione che la Infascelli rivela la sua formazione: il suono ambientale, curato nei minimi dettagli, sostituisce spesso il commento musicale, lasciando che siano lo scricchiolio della carta e il riverbero delle voci nelle stanze spoglie a costruire la tensione drammatica.

Tuttavia, questa impostazione che guarda con insistenza al teatro da camera finisce per depotenziare la forza propriamente cinematografica del racconto. Se da un lato l’assenza di orpelli retorici garantisce una verosimiglianza ammirevole, dall’altro la sceneggiatura sembra adagiarsi su una staticità che alla lunga appiattisce il ritmo interno delle sequenze. I giudici popolari rimangono spesso confinati in una caratterizzazione bidimensionale, quasi delle bozzetti di coraggio civile piuttosto che personaggi in piena evoluzione. La regia, pur nella sua pulizia formale, fatica a trovare soluzioni visive che vadano oltre la testimonianza, lasciando che sia la parola — talvolta sovrabbondante e didascalica — a farsi carico di tutto il peso emotivo.

Resta comunque il valore di un’operazione che sceglie la via dell’intimità per raccontare un evento monumentale, rifiutando lo spettacolo del sangue per concentrarsi sul travaglio del diritto. Il film brilla particolarmente quando mette in scena la dialettica tra indizio e prova certa, trasformando un dilemma giuridico in una questione di pura estetica della verità. È un cinema che non cerca l’applauso facile, ma che invita lo spettatore a sedersi idealmente a quel tavolo ottagonale, condividendo non solo la responsabilità della sentenza, ma anche quel senso di solitudine che accompagna chiunque sia chiamato a difendere la democrazia nel buio di una cella.

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