Occhi di Laura Mars
Occhi di Laura Mars (1978) USA di Irvin Kershner
La celebre fotografa di moda Laura Mars inizia a essere tormentata da visioni extrasensoriali che la proiettano, in tempo reale, dietro gli occhi di un brutale assassino intento a colpire le persone a lei più care. Incapace di distinguere tra la realtà che la circonda e le immagini di morte che le filtrano nella mente, Laura chiede aiuto all’investigatore John Neville. Insieme cercheranno di svelare l’identità del killer, scoprendo inquietanti connessioni tra le composizioni fotografiche della donna, intrise di violenza chic, e la scia di sangue che sta devastando la sua cerchia sociale.
Sotto la superficie patinata della New York di fine anni settanta, Irvin Kershner imbastisce un’opera che vive di una tensione costante tra l’ambizione del cinema d’autore e la struttura del thriller di genere, quasi fosse un esperimento di traduzione del giallo italiano in suolo americano. L’intuizione visiva del film risiede nella capacità di fondere l’estetica della provocazione pubblicitaria con una narrazione che pedina costantemente la protagonista, una Faye Dunaway che incarna con nevrotica eleganza il tormento della visione. È affascinante osservare come il racconto si snodi attraverso una macchina da presa che, spesso portata a spalla, esplora la decadenza urbana dei quartieri newyorkesi con occhio quasi documentaristico, contrapponendo la sporcizia delle strade al lusso asettico degli studi fotografici.
L’integrazione della componente tecnica nel tessuto emotivo si manifesta soprattutto nell’uso dei riflessi e degli specchi, che moltiplicano la figura di Laura suggerendo una frammentazione identitaria che anticipa la risoluzione del mistero. Sebbene la sceneggiatura originale di John Carpenter sia stata pesantemente rimaneggiata per far spazio a una linea romantica con l’investigatore interpretato da un giovane Tommy Lee Jones, sopravvive una riflessione interessante sulla responsabilità dell’artista. Kershner suggerisce un legame sottile, quasi una sintonia morale, tra chi mette in scena la violenza per scopi estetici e chi la esercita fisicamente, creando un gioco di sguardi dove lo spettatore finisce per occupare la posizione più scomoda. Il ritmo, tuttavia, non è sempre impeccabile e si avverte talvolta una certa ridondanza in alcune sequenze che sembrano indugiare eccessivamente sulle pose dei personaggi a scapito della tensione drammatica.
Le interpretazioni dei comprimari, da un ottimo Brad Dourif a un Raul Julia efficace, arricchiscono un panorama umano fatto di sospetti palesi che però finiscono per indebolire l’efficacia del colpo di scena finale, forse troppo ancorato a una psicologia freudiana d’accatto. Eppure, il fascino del film resta immutato nella sua capacità di catturare lo spirito di un’epoca dove il confine tra arte e voyeurismo era pericolosamente sottile. La fotografia di Victor J. Kemper gioca magistralmente con le cromie fredde del metallo e i rossi accesi delle scene del crimine, trasformando il film in un’esperienza sensoriale che sopperisce alle fragilità di una scrittura che, verso la fine, sembra perdere il controllo della propria stessa logica soprannaturale. Si esce dalla visione con la sensazione di aver assistito a un’opera incompiuta ma vibrante, un tassello fondamentale per comprendere come Hollywood abbia tentato di addomesticare l’irruenza visiva europea senza mai rinunciare del tutto alla propria vocazione divistica.
