Io tigro, tu tigri, egli tigra

Il nostro parere

Io tigro, tu tigri, egli tigra (1978) ITA di Renato Pozzetto e Giorgio Capitani


Un autotrasportatore di concime entra al servizio di una coppia alto-borghese per ordire un delitto surreale, mentre uno scrittore di fantascienza viene rapito dagli stessi marziani protagonisti dei suoi racconti. A chiudere il trittico, un bersagliere in crisi di astinenza da nicotina rischia di scatenare un incidente diplomatico internazionale valicando il confine elvetico per un pacchetto di sigarette. Tre derive umane che raccontano lo sbandamento di un’Italia sospesa tra la provincia più profonda e lo spazio siderale.


Approcciare Io tigro, tu tigri, egli tigra significa confrontarsi con un oggetto filmico che, nel 1978, cercava di scardinare la struttura stanca del film a episodi attraverso l’innesto di un’anarchia poetica figlia del cabaret milanese. Non siamo di fronte a una semplice operazione commerciale nata sulla scia del successo del precedente Tre tigri contro tre tigri, ma a un esperimento dove la macchina da presa di Giorgio Capitani e l’esordiente Renato Pozzetto tentano di filmare l’invisibile: il non-sense.

La forza dell’opera risiede in una cifra estetica che trova nel primo segmento, Elia, la sua espressione più compiuta. La fotografia di Lamberto Caimi sceglie una desaturazione cromatica che trasforma la pianura padana in un limbo metafisico, dove il marrone del letame e il grigio delle nebbie non sono meri elementi scenografici, ma coordinate di un’alienazione rurale che Pozzetto abita con la sua tipica flemma stralunata. La sequenza della Trattoria Semivuota è in tal senso emblematica: la fissità dell’inquadratura esaspera il disagio di un rituale del pasto negato, trasformando lo spazio in un palcoscenico beckettiano dove il montaggio di Antonio Siciliano dilata i tempi fino a renderli quasi insopportabili, strappando la risata per sfinimento logico.

Il passaggio al capitolo di Paolo Villaggio segna un cambio di registro dove l’immaginario sci-fi viene mediato da una scenografia di Ezio Altieri che gioca con materiali poveri e luci al neon, evocando una fantascienza autarchica ed esistenziale. Qui la visione di Capitani si fa deformante, utilizzando focali che schiacciano la figura di Della Spigola contro un universo intergalattico che ha la stessa squallida consistenza dell’ufficio da cui tenta di fuggire. Il contrasto tra l’epica dei romanzi e la carnalità repellente della Regina Nera diventa così una riflessione amara sulla distanza incolmabile tra intelletto e realtà.

A sorreggere l’intera impalcatura interviene il commento sonoro di Enzo Jannacci e Piero Umiliani, un tappeto jazzato e malinconico che trova nella sigla animata di Sandro Lodolo un manifesto programmatico sullo sputtanamento generale della società. Le musiche non accompagnano semplicemente l’azione, ma ne dettano la temperatura emotiva, sottolineando quel senso di precarietà che avvolge anche le smargiassate fisiche di Enrico Montesano nell’episodio finale. La regia di Capitani, in quest’ultimo segmento, si apre a una dinamica più ariosa, sfruttando gli esterni montani per costruire una tensione diplomatica che si risolve in una coreografia di movimenti nervosi, dove la divisa da bersagliere diventa l’ultimo baluardo di un’autorità svuotata di senso.

L’opera vive di questi scarti, di una recitazione che, dai tempi comici di Felice Andreasi alla verve dialettale di un giovane Massimo Boldi, rifiuta la rassicurazione della battuta pronta per cercare il graffio del grottesco. È un cinema che non ha paura di mostrarsi imperfetto, quasi artigianale nella sua componente visiva, ma che proprio in quella fragilità formale trova la verità di un’epoca che stava smarrendo i propri confini, fisici e morali. Per quanto imperfetto e assolutamente mediocre nella sua realizzazione pratica, va rivisto per valutarne gli aspetti più provocanti.

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